Aforismi milanesi

 

Platone e Cristo.

Per Platone la verità si coglie in un istante quando compare come improvvisa luce dell'anima. Sempre per Platone il linguaggio non equivale alla verità, né nei suoni né nelle figure corporee (il sistema dei segni della scrittura). Sicché la conoscenza della verità, quando nasce dall'anima, in se stessa trova alimento. Linguaggio scritto e parlato tutti e due sono, invece, lontani dalla verità del filosofo illuminato, che è il depositario supremo del sapere universale: il linguaggio scritto perché immodificabile compimento di un'articolazione di suoni e di immagini, il linguaggio parlato perché troppo connesso con il tempo e per questo in trasformazione infinita. E all'infinito causa di equivoci, menzogne e malintesi.

Rimane così da inventare solo lo schiavo altrimenti detto allievo che interrogato correttamente dal maestro avvia il dialogo: una logica binaria che non ammette l’invenzione, la sfumatura e la sorpresa, ma solo il sì e il no, il bianco e il nero.

Lontanissimo da questo dispositivo educativo sorge Cristo: il figlio che ha credito presso il padre, il figlio che domanda e che inaugura il tempo dell'apertura, del viaggio e dell'impresa di vita. Un tempo dove la parola (lo spirito) agisce perché instaura la fede di Dio in assenza assoluta di dialogo. In questo contesto la famiglia è disegno della parola originaria e custode dell'enigma e della poesia.

Nel Novecento, contro questo disegno ritenuto autoritario, paternalistico, si scagliano la psicologia, la sociologia e l'antropologia, tanto che intorno agli anni Sessanta c'è stato il tentativo di distruggere la famiglia per introdurre la comune, la comunità ideale fondata sull'incesto. (Qui incesto è da intendere nella sua accezione originaria di assenza di castità e non come rapporto tra consanguinei).

E così,la comunità ideale fondata sull'incesto, non è nient'altro che una comunità di pari, di parricidi, dove appunto l'autorità, l'autore del testo famigliare, il padre, è tolto di mezzo per instaurare il regno di necrofilia. Un modo molto sbrigativo per tagliar corto con le fiabe, le favole e le saghe.

Lo smarrimento, i disastri e le devastazioni che hanno caratterizzato la civiltà planetaria degli ultimi trecento anni sono dunque da addebitarsi alla reazione su cui poggia la sfida culturale dell'Illuminismo: sostituire Dio con la ragione, instaurare il regno della morte e della fine del tempo e farla finita, una volta per sempre, con uno dei temi del pianeta, con la Trinità che è la base del libro della vita da cui procede la famiglia.

 

Due bambole.

I francesi maternalizzano la forca inventando la ghigliottina. Una vagina affilata studiata apposta per togliere anche l'ultimo godimento dal corpo del condannato. Infatti l'impiccato, questo paradossale burattino, con le sue piroette, i suoi volteggi e le sue smorfie sembra che danzi, che goda alla grande un'ultima volta e che sghignazzi. Che pena è mai questa?! Qualcosa sfugge, qualcosa gode e dunque il castigo supremo non è abbastanza credibile. Ecco allora il colpo definitivo, unico, totale: quello della ghigliottina.

Bambola materna la ghigliottina come, prima di lei nel medioevo, lo era stata la bambola di tutte le bambole, quella di Norimberga: una macchina a forma muliebre che richiudeva le sue ante irte di lame acuminate e taglienti sul condannato, straziandoli.

Entrambe rappresentazioni dello stato matriottico, dolce e severo, si impossessano, del suddito e del cittadino in modo totale e definitivo, tagliando corto con il colpo di grazia.

Oggi le vestigia di queste due bambole castranti sono rintracciabili nella burocrazia, nell’assistenzialismo di Stato e nel debito pubblico.

 

(Enrico Ratti)

 

 

 

Aforismi milanesi 2

 

Dinamite.

In Romagna sembra che l’ideologia illuministico-romantica si manifesti, ancora oggi, soprattutto nei nomi. Esemplare quel padre che battezza le due figlie una Dina e l’altra Mite. Poi, però, quando le deve chiamare insieme, si sforza di usare un tono di voce flautato e soave che contrasta non poco con i suoi modi burberi e rustici. E questo avviene anche quando le rimprovera. Temendo che possano esplodere.

 

Criminalità da organizzare.

La guerra infinita tra stato mafia, camorra e ‘ndrangheta sembra condursi lungo procedure che mirano tutte ad un unico monopolio: quello sulla violenza. Un monopolio che stabilisca, una volta per tutte, a chi spetti il diritto di organizzare il crimine nell'era della civiltà planetaria.

 

Il flaneur.

Occorreva la fine dell'Unione Sovietica per accorgersi che il Novecento era terminato? Il Novecento non termina con la caduta del muro di Berlino ma con l’assassinio di Aldo Moro nel 1978, anno in cui si conclude anche la parabola delle discipline e delle avanguardie artistiche e culturali sorte nel 1912 su un modello universalistico. E la letteratura quale modello ci restituisce di questo periodo? Quello dell'uomo moderno quale ultimo uomo necessario all'economia, anche politica. Un uomo molto razionale che però nasce difettoso e marchiato da un'assenza: quella di Dio.

La letteratura del Novecento traccia dunque il quadro di un uomo sopravvissuto alla morte di Dio: l'uomo moderno. Un uomo che vive in una Parigi oscura e primordiale. Ed è in questa città che vive il flaneur, l'angelo caduto in disgrazia, il perdigiorno, l’ultimo uomo, l’uomo moderno. Il flaneur, dunque, vive a Parigi senza arte e cultura a diretto contatto con i sensi e con la natura selvaggia. E questo strano animale di fantasia influenza con le sue gesta schiere di scrittori e di artisti europei tra cui i più interessanti, sia per invenzione linguistica che per fantasia, sono Joyce, Beckett e Flaubert. Mentre i libri più importanti sono Moby Dick di Melville, L'uomo senza qualità di Musil e poi il precursore dei precursori Don Chisciotte di Cervantes; un romanzo ironico che descrive la fine dell'epoca cavalleresca. Epoca che è la fonte ispiratrice della letteratura romantica, dell'uomo ferito, dell'angelo caduto in disgrazia, del flaneur che splendido e dannato affascina tantissimi scrittori e altrettanti filosofi della salvezza e della salute pubblica. Ecco dunque delinearsi una poetica pervasa dall'idea di peccato originale e dal senso di colpa. Le conseguenze di tutto ciò portarono alla creazione della figura del proletario, del ribelle e del grande criminale. All'alba della prima rivoluzione industriale, sorge dunque tutto un manipolo di adoratori della natura e degli istinti che si assumono il compito di salvare l'umanità dall'ideologia del consumo e dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Ecco fatto il marxista ed ecco realizzata la terra d'utopia: l'Urss.

Ma allora la fine dell'Urss sarebbe anche la fine di tutti gli ideali naturalistici e libertari ispiratori di una così imponente mole di capolavori? E oggi vale ancora la pena invocare il ritorno di questa Arcadia perduta per salvaguardare l'arte, la cultura e le tradizioni dall'ideologia del puro consumo e del mercato? Ci si può ancora permettere di attendere la venuta di quel terribile redentore capace di restituire al sogno l'arte e la cultura?

Per ora, vediamo soltanto un eroe sconfitto aggirarsi stordito e lacero tra i busti e le vestigia delle glorie passate e tra le macerie di un'utopia irrealizzabile.

Quale scrittore e quale artista dopo questi rivolgimenti? Eccoli, non v'è dubbio! Essi sono il polemista di turno e il rauco mercante d'arte. In altri tempi, questi due sordidi mistificatori, sarebbero stati messi al muro e fucilati senza batter ciglio.

 

(Enrico Ratti)

 

 

 

Aforismi milanesi 3

 

La legge del taglione.

Che cos’è la legge del taglione? Così come ci viene tramandata dal Vecchio Testamento, la legge del taglione è una procedura semplicistica adottata per dividere il bene dal male. Il buono dal cattivo. Il positivo dal negativo. Una procedura senza ironia che taglia corto con le sfumature. Con i sofismi. Con l’astrazione.

Cristo, invece, introduce nella favola mediterranea la parabola, l’astrazione e l’apertura. E la legge del taglione si dissolve. Sono a tutti note la parabola del vignaiolo e la parabola del seminatore. Dove stanno i vignaioli e i seminatori di oggi? Per via d’astrazione possiamo dire che i vignaioli e i seminatori di oggi sono il banchiere, l’imprenditore e l’industriale. E ciò che loro fanno durante la giornata, durante la battaglia, diventa, così, parabola di quel Vangelo ancora da scrivere dove l’autorità non poggia più su ciò che è visibile, spettacolarmente visibile, ma su qualcosa che sta al posto di qualcosa d’altro. Poggia cioè su una sostituzione metaforica. Prendiamo come esempio l’imprenditore Giorgio Armani. Perchè Giorgio Armani non fa sfoggio dei simboli del suo potere e si presenta davanti ai media indossando una maglietta nera e le scarpe da tennis?

Una cosa è certa: la sostituzione metaforica che Giorgio Armani applica nella sembianza, nell’immagine, è contrassegnata dall’assenza di rappresentazione rispetto a quello che si ha o che si è. Di conseguenza, proprio grazie a questa assenza di rappresentazione, i simboli del suo potere, restando scandalosamente invisibili nell’era dell’onnivisione, risaltano ancor più.

In estrema sintesi: le parabole più memorabili oggi si narrano là dove le cose sono invisibili e quando non c’è rappresentazione di sé o dei propri averi.

 

4 novembre 2008.

Le elezioni americane, così come sono state raccontate dai media planetari, sono state una sorta di lotta tra mito e sogno. Infatti John McKain è intervenuto lungo il mito che lo riguarda, quello di un combattente che non si dà mai per vinto. E questo risalta dal fatto che anche dopo aver perso le elezioni si è detto pronto a collaborare con Barak Obama.

Il sogno che ha lanciato Barak Obama è, invece, il sogno della riuscita. Una riuscita che pone in evidenza come un africano, un cinese, un ispanico oggi possano dire: io sarò il Presidente degli Stati Uniti d’America. Ma cosa indica questo sogno a occhi aperti? Ci indica forse dove un uomo vuole arrivare?

Se fosse così Barak Obama incarnerebbe l’uomo americano diviso in due e farebbe una rappresentazione morale di sé: l’uomo giovane destinato a cambiare l’America che flagella l’uomo cattivo, quello debole e corrotto che rappresenta il declino.

Se c’è sogno, se c’è la riuscita di un racconto nuovo che ha come base l’invenzione di un mito, nessuno sa dove vuole andare, perchè nessuno ha mai conosciuto in anticipo l’esito del viaggio della vita. Se, invece, Barak Obama sa dove sta andando nel suo viaggio, che malgrado tutto influenzerà il pianeta, allora il suo sarà un viaggio carico di ricordi e di rancori; sarà un viaggio pensato come un ritorno all’origine e non verso l’avvenire, l’apertura e l’ironia della sorte.

Intanto le bandiere degli Stati Uniti d’America stanno sventolando su Nairobi. Una volta, invece, venivano bruciate.

 

Eluana Englaro.

Dalle dichiarazioni fatte a giornali e tv oggi sappiamo che Peppino Englaro, il padre di Eluana, la donna in coma da quindici anni, è un uomo animato dall’idea di bene, un’idea che, nel luogo comune, rappresenta il minimo male necessario. E la vita sotto l’idea di minimo male necessario è eutanasia. È eutanasia soprattutto quando la vita ordinaria è ben spesa.

Nel caso di Eluana, ostacolo alla vita ordinaria, quella ben spesa, quella del soggetto al bene, la vita di chi pensa a comando, è la malattia, il coma. Peppino Englaro dichiara di conoscere questo ostacolo, un ostacolo che per lui rappresenta un limite personale alla vita ordinaria. Quella vita che lui conosce alla perfezione perchè alla mattina come soggetto si alza, come soggetto va al lavoro e come soggetto viene riconosciuto.

Per Peppino Englaro la malattia come idea maternalistica dell’ostacolo, della pietra d’inciampo, rappresenta dunque una limitazione che crea la vittima: Eluana. Ma Eluana in questo intrico fantasmatico dove sta? È forse tutta lì, ridotta a vegetare in un letto d’ospedale, l’Eluana che abbiamo imparato ad amare in questi anni?

Non più soggetta alla vita ordinaria, Eluana, vivendo, è diventata qualcosa d’altro: è diventata simbolo e ostacolo all’idea di fine anticipata che l’uomo senza Dio, l’uomo moderno, l’ultimo uomo, ha del viaggio della vita. Un viaggio senza significazione e senza fine.

 

(Enrico Ratti)

 

 

 

Aforismi milanesi 4

 

Cupido e Aids.

Quando ci si accorge che l’amore è un abbaglio? Quando a prevalere è il desiderio di padroneggiare e di possedere l’altro e non l’astrazione. Solo così, quello che nel luogo comune si chiama amore risulta una vera e propria cantonata. Infatti, come può la freccia di Cupido raggiungere il cuore, la carne, il punto se tutto è in movimento? I guai incominciano, allora, quando la freccia di Cupido trafigge il cuore diventato un punto fermo. Un punto che conferma il soggetto immobile.

Nell’astrazione invece, il cuore, la carne, il corpo, sono punti vuoti e in movimento e come tali non sono né padroneggiabili né possedibili. Sono insostanziali e liberi come la voce, per esempio. Solo così il cuore, la carne, il corpo possono essere pensati incorruttibili, intoccabili e irraggiungibili dalle frecce di Cupido e dalla peste della nostra epoca: l’Aids. In definitiva, se il corpo diviene punto di astrazione, corpo in gloria, come ci insegna la storia dell’arte, il corpo non è più corruttibile, è immortale. E la carne resta immarcescibile.

 

Animali fantastici.

Come mai, a un certo punto della vita, in una casa, in una famiglia, entra un cane? Forse per fare compagnia? O forse per essere addomesticato, amato, curato, accudito, eccetera eccetera?

Quando un cane entra in una casa, in una famiglia, questo animale dà corpo a un  fantasma, a un animale fantastico, che rappresenta il limite personale e sociale dei suoi padroni. Infatti molte persone e, addirittura, famiglie intere, non vanno al cinema, al ristorante, in treno, a causa del cane. Altri, invece, stabiliscono i loro spostamenti sulla base del cane. Infine, c’è chi avvia tutta una serie di relazioni solo grazie al cane. Insomma, il cane finisce per diventare un’idea di sé e dei propri limiti. L’animale addomesticato, quasi un elettrodomestico che si muove a comando, è quindi una questione molto importante. Come allora addomesticare la moglie, il marito, i figli?

Elisabetta Gregoraci, per esempio, sui media che si occupano di gossip, si vanta di aver reso umano Flavio Briatore. Ossia di averlo addomesticato. Naturalmente, dicendo questo, è proprio la Gregoraci che si rappresenta come animale fantastico. Un animale fantastico che raggiunge il suo obiettivo credendo di aver addomesticato Briatore: un uomo senza limiti che, dunque, avrebbe trovato chi l’ha umanizzato, chi l’ha limitato.

Se fosse così, allora Briatore sarebbe stato preso nel racconto della Gregoraci, una donna che ha lottato contro le umili origini, la caduta e il destino avverso. Una donna che è riuscita a raggiungere il suo obiettivo riscattando il suo passato. E così, questa favola a lieto fine, nel luogo comune, è servita per far unire in matrimonio la Gregoraci e Briatore.

Ma, allora, quale può essere il racconto di qualità che fa presa sul pubblico di oggi, senza dover ricorrere a queste fantasmatiche di addomesticamento? È il racconto che inizia con l’idea di non essere più assoggettati all’amore, alla scelta, all’elezione e al riconoscimento. È il racconto che può fare a meno della zavorra dell’abbandono e del fallimento, del ricatto e del riscatto.

Divenire persona di qualità, paradigma, significa saper valorizzare la propria esperienza, il proprio mestiere, la propria impresa, affinché il pubblico sia preso in quella favola pragmatica, materiale per eccellenza, che da millenni, incessantemente, scandisce il viaggio della vita.

 

(Enrico Ratti)

 

 

 

 

Aforismi milanesi 5

 

Il capro espiatorio.

Ogni tanto, per ragioni legate alla giustizia, ritorna sui media il caso dei due fratellini di Gravina di Puglia scomparsi poco più di un anno fa. Ma cosa ci ha insegnato il caso di Ciccio e Tore Pappalardi? Ci ha insegnato come in una città ci possa essere un posto da usare per mettere paura ai bambini. Infatti, dalle notizie passate sui media, abbiamo saputo che la masseria abbandonata nel centro di Gravina è, ancora oggi, considerata da tutti i cittadini un luogo tabù, il luogo dell’uomo nero, un castello degli orrori, un labirinto popolato da orchi e da streghe. Insomma uno scenario ideale per minacciare i bambini disobbedienti e cattivi. Proprio come avviene nelle fiabe nordiche. Al colmo del paganesimo. Ma, questo luogo del male, per essere ritenuto tale, deve reggersi su un senso di colpa messo in comune. Un senso di colpa che si fonda su un crimine originario di cui, però, non c’è più memoria, né autore, né possibilità di ricostrire il fatto.

Il crimine originario, il crimine mai commesso nell’attuale è, però, qualcosa di irrimediabile che, proprio perché irrimediabile, fa nascere il senso di colpa: quello che in altri termini si chiama peccato originale. Come porre rimedio a questo crimine fondatore? Ecco, allora, che un individuo o, addirittura, una società intera sono spinti a compiere qualcosa di tangibile (come un assassinio rituale, per esempio), proprio per acquisire coscienza e per dare sollievo all’insopportabilità dell’ancestrale senso di colpa. E così, nei libri della Bibbia, nell’Iliade e in altri testi antichi iniziano a scriversi le vicende dei capri espiatori.

Per quanto riguarda Gravina di Puglia ciascun cittadino ha reso tangibile il senso di colpa sempre taciuto, omesso, nascosto, trasferendolo su un luogo tabù. Ciccio e Tore, invece, hanno infranto quel tabù e sono andati a giocare nella masseria. Sapendo che Ciccio e Tore potevano essere lì i gravinesi adulti, che a loro volta da bambini andavano a giocare in quel luogo, hanno commesso un mancato soccorso, rendendosi complici di un delitto. Solo così, ciò che apparteneva al crimine fondatore, ha potuto trovare concretezza nel sacrificio di Ciccio e Tore che, proprio per questo, sono diventati i capri espiatori di un senso di colpa collettivo.

Pare che un bambino, un certo Michele, non abbia retto a tutta questa omertà, a questi arcaismi, e abbia indicato la cisterna, nel ventre della masseria, dove i due fratellini stavano morendo. Michele parla ma non viene creduto, Anzi, forse viene azzittito.

Ogni tanto, però, il capro espiatorio viene sospeso. E la civiltà fa un balzo in avanti. Abramo, per esempio, non ammazza Isacco e lì si apre uno squarcio. Cristo, poi, conclude questa parabola. Con il suo sacrificio dice che non c’è più vittima. Cristo ha lavato tutti i peccati, quindi non c’è più nessuno che deve morire per scontare una colpa atavica. Mitica.

Anche in Edipo c’è sospensione del capro espiatorio. I pastori lo allevano e lui cresce senza ghiribizzi da re. Edipo non viene sacrificato ed è sicuro che il suo destino sarà quello di fare una vita da pastore. Poi, com’è noto, le cose sono andate in un altro modo.

E oggi dove possiamo constatare che il capro espiatorio non funziona più? Il capro espiatorio non funziona più nella casa e nella bottega che sono il terreno della saga. E a fare la saga è il testimone che compie una lettura di un gesto mitico trovandone la logica. E così, ciascun individuo che ha modo di raccontare le vicende della sua famiglia constata, qua e là, l’emergenza di un progetto, di un gesto mitico. Prendiamo il caso che in una famiglia ci sia stato un bisnonno o un nonno presi fisicamente nella collezione di monete antiche. Arriva il nipote e fa un catalogo. Fa un testo. Inizia una scrittura. Un racconto. E il viaggio della vita di una famiglia di numismatici diviene saga. In assenza di vittima e di capro espiatorio.

 

(Enrico Ratti)

  

 

 

Aforismi milanesi 6

 

Il colore della voce e la globlizzazione.

Il colore nella sua accezione originaria è qualcosa che non si vede e non si può rappresentare, né padroneggiare con un pennello. Il colore è quindi invisibile e questo lo possiamo verificare quando ascoltiamo la voce di Luciano Pavarotti. E il colore della voce di Luciano Pavarotti, come tutti sanno, non si vede. Si può solo udire.

Con il colore occorre, quindi, abbandonare il realismo, perché il colore è l’ostacolo che impedisce la facilità di lettura di un evento, di un oggetto, di un gesto, di un’opera d’ingegno. Il colore fa dunque ostacolo alla comprensione immadiata delle cose. Infatti, la comprensione immediata delle cose è un assurdo perché comprendere è un postulato che etimologicamente significa prendere insieme le cose. Comprendere significa, quindi, che il lettore e l’autore di un quadro o di un romanzo sono presi insieme e capiscono la stessa cosa nel medesimo istante.

Prendiamo, come esempio, la simbologia (lanciata nel suo ultimo spettacolo del settembre scorso) della cantante Madonna. Lì i simboli sono scontati perché il lettore, il pubblico, devono comprendere subito le sue pantomime del coito, la sontuosa macchina bianca esibita in scena e il cilindro indossato come Marlene Dietrich ne L’Angelo azzurro: simboli che nel luogo comune rappresentano il lusso e la lussuria. In questo spettacolo si capisce dunque subito cos’è la globalizzazione: una scusa per la comprensione immediata di un evento che deve avere un solo significato valido per tutto il pianeta.

In questo contesto, la vita di Madonna fatta di soldi, potere, figli e bellezza diventa un paradigma, diventa l’unica vita degna di essere vissuta. E così, tra Madonna che dimena il bacino e una persona in coma o paralizzata, si sceglie sempre Madonna. Invece la paralisi e il coma sono stati che ci interrogano in modo straordinario intorno alla vita e alla morte e ci dicono come mai nessuno muoia veramente.

 

(Enrico Ratti)

 

 

 

Aforismi milanesi 7

 

L’amore.

L’amore è un processo di valorizzazione che prescinde dalla reciprocità perfetta, dall’idea, cioè, di amare per essere riamati. Come prescrive la pscicologia. Questo processo di valorizzazione è narcisistico (qui, però, Narciso con la sua storia  che instaura una relazione tra sé e sé, conta poco) e avviene sulla base dell’apertura e della generosità. La valorizzazione è quindi il gesto di una persona che entra nel nostro dispositivo  di vita e assurge a valore assoluto.

Prendiamo, per esempio, i primi passi di un bambino. Sono goffi, eppure per i genitori quei passi hanno un valore immenso. In questo caso, com’è evidente, non si ama ciò che e bello o ciò che piace, ma la pratica, la prova e l’esperienza di un bambino. Facciamo un altro esempio per capire meglio come la valorizzazione entra in un processo di vita.

Due giovani sposi fanno per la prima volta una frittata insieme. Dopo averla mangiata dicono: è buona. Quella frittata, per i due sposi che si trovano a inaugurare un nuovo dispositivo di vita, ha assunto un valore assoluto; ha lo stersso valore di un piatto premiato con le tre stelle Michelin. Se uno dei due, invece, dice che la frittata fa schifo, il miracolo è distante perché così non c‘è rilancio, c’è solo un dato di fatto che stronca l’altro. Se, invece, c’è rilancio, malgrado la frittata faccia schifo, allora si spalanca la possibilità di una proposta; c’è già la possibilità di suggerire, per esempio,  di mettere un pizzico di sale in più. L’apertura, il rilancio, in questo caso diventano processo inventivo. Un processo che avviene sulla base della generosità, dell’umilta e della tolleranza e non sulla base della reciprocità.

Se c‘è dell’altro, se c’è rilancio, l’invenzione nulla condivide con la persona che abbiamo davanti, ma viene da uno sforzo di parola contrassegnato dall’unicità e dall’arbitrarietà.

L’amore come l’autorità hanno, dunque, bisogno di simboli che non si basano su ciò che si vede o si tocca, ma si basano su idee, invenzioni, parole.

 

(Enrico Ratti)

 

 

 

Aforismi milanesi 8

 

Apologia di Cristoforo Colombo.

Poteva Cristoforo Colombo arrendersi alla ciurma ribelle e paurosa che lo accusava di essere pazzo e che chiedeva a gran voce di ritornare a casa perché le scorte d'acqua, di carne e di cibo fresco incominciavano a scarseggiare nelle stive delle Caravelle? Effettivamente, per il nostro capitano dell'avvenire, sarebbe stato comodo invertire la rotta e far ritorno a casa; ma sarebbe stato come affermare la sconfitta nei confronti di quella scommessa che ha inaugurato l’era moderna. Inoltre non possiamo certo negare come Colombo, durante la traversata, si trovi ad occupare una posizione davvero scomoda. Infatti, egli, nei confronti della ciurma, sta al posto dell'autorità, del potere, dell'identificazione, del sapere e della comunicazione. E questa posizione, a volte, può comportare qualche reazione da parte di chi si sente schiavo, servo, suddito o salariato. Ma è proprio grazie a questo dispositivo di governo e di direzione dell'impresa che credere di andare a Gipango (Giappone), passando per le Indie, porta Colombo ad inventare l'America.

Emblema dei capitani d'industria contemporanei, Colombo, indica la via affinché ciascuno porti a compimento (anche e malgrado l'errore di calcolo) la propria impresa e il proprio progetto di vita.

 

Apologia di Edipo.

Quando, per un motivo o per l'altro, s'incontra la paura importante è interrogarla e non subirla. Infatti, nonostante le dicerie e gli avvertimenti che mettevano in guardia gli umani dall'incontrare la sfinge (chi incontra la sfinge muore, chi non risponde alla sfinge muore), Edipo incontra la sfinge, sconfigge la paura e regna a Tebe. Edipo regna a Tebe perché interroga, attraversa e analizza le sue fantasie di morte fino a trasporle nella variazione ossimorica, nell'apertura e nell'ironia.

Insomma una cosa è certa: se solo per un istante l'idea della morte (animale fantastico per eccellenza) farà capolino nelle vostre menti e voi non l'affronterete, state pur certi che l'inferno, con le sue bestiacce satiriche, vi farà a pezzi come in un fotomontaggio e vi obbligherà a vivere prigionieri in un sottosuolo popolato da esseri anfibologici orripilanti e disgustosi.

 

Apologia di Niccolò Machiavelli.

Una delle mitologie più in voga del pianeta è quella inerente alla prestanza fisica e mentale. E questo mito, divulgato come un detersivo da film e tv, indica come sia importante farcela da soli. Ma farcela da soli cosa comporta? Far da soli comporta l'esclusione dell'Altro, l'ammissione del deserto e l'isolamento assoluto. Due fantasie che come corollario esigono la prova eroica: o vivo o muoio, o la va o la spacca, o Wall Street (la borsa) o la vita. Il più delle volte questa prova (base dell'onnivisibilità hollywoodiana) si riduce ad essere una prova mortifera.

Agli antipodi di questa "poetica del supereroe" si colloca il dispositivo del fare inaugurato da Niccolò Machiavelli. Nella famosa lettera del 10 dicembre 1513 egli ci narra la favola della sua giornata che, fin dalle prime ore del mattino, si apre con la cura del suo bosco e con l'interrogare i boscaioli. Dopo un paio d'ore, di buon passo, si avvia sulla strada dell'osteria dove parla con quelli che passano, fa domande intorno alle novità e alle invenzioni che si sperimentano negli altri paesi, impara tante cose e annota le fantasie e i gusti di ciascuno dei suoi interlocutori. Poi, sempre in medias res, eccolo alle prese con un oste, un beccaio, un mugnaio e due fornaciai con cui s'ingaglioffa. Infine eccolo intento a giocare a cricca o a tric trac da cui, a suo dire, "nascono mille contese et infiniti dispetti di parole iniuriose, et il più delle volte si combatte per un quattrino". Venuta la sera "mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio, et in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui".

Straordinario messer Niccolò!!! Tu dipingi un quadro dove la giornata si fa dispositivo di un fare che esclude la noia dell'isolamento e la paranoia dell'affanno, della povertà e della morte che viene dall'arido deserto. Se il supereroe americano ci impone il gusto del giogo, del body building e del sex-shop, messer Niccolò istituisce il gusto del gioco, del ghiribizzo, del capitale dell'impresa e del piacere della lettura.

 

(Enrico Ratti)

 

 

Aforismi milanesi 9

 

La seconda Etruria.

La prima cantonata dei francesi moderni è credere che ci sia un carattere italiano unitario e nazionale. Più vicina alla federazione etrusca che alla nazione, l'Italia si definisce per una lingua che continua ad essere una vera e propria opera d'ingegno. Un'ingegneria linguistica che sfocia nella poesia e nel diritto, ossia nella lingua delle cose che dicendosi si fanno e facendosi si qualificano.

La seconda cantonata dei francesi moderni, nutriti di tradizione cartesiana e imbevuti di razionalismo, è quella di confondere l'umiltà degli italiani (dispositivo d'ascolto, dispositivo intellettuale) con la modestia (indice della colpa e della vergogna in materia sessuale, tipica dei francesi).

La terza e più clamorosa cantonata dei francesi moderni è quella di ridurre la questione cattolica, che è un'istanza artistica e culturale, alla chiesa di Roma.

Ben lungi dalla visione apocalittica della società (culminata nella rivoluzione francese) Leonardo, Machiavelli, Dante e Ariosto inseguono un'idea d'Europa dove la lingua di litiganti e il principio della crisi e dall'economia del male e del crimine vengono meno. Essi, con le loro invenzioni artistiche e culturali, propongono un'idea di seconda Etruria come luogo d'apertura del moderno e come base per una società libera e artificiale. Una società agli antipodi dall'attuale comunità europea naturale e nazionale basata sul possesso e sull'occupazione dello stato. Uno stato senza punto d'astrazione ma anche senza Dio.

 

La rivoluzione informatica.

E se Parigi tra Otto e Novecento è il rifugio dell'uomo naturale che si strugge di nostalgia per il paradiso perduto, Vlamy è la culla di tutti i nazionalismi fondati sull'unità (Gramsci) e sul totalitarismo (Mussolini) secondo il modello dell'assolutismo monarchico.  

Ma, come dimostra la dissoluzione dell'Unione Sovietica, l'impero, oggi, non è più necessario. Nell'era del cyberspazio il regime padrone e il dominio della terra si vanificano perché, come mette in evidenza l'informatica, quello che più conta è la connessione tra scrittura, linguaggio e tempo. Una connessione che indica come le parole elettroniche non mantengono più la supposta identità nazionale, e non concorrono più a perpetuare qualsiasi modello o principio sorto all'insegna dell'immobilismo.

Quando, con la rivoluzione informatica, gli scritti cominciano a volare nel cielo del villaggio globale, nel cielo di Internet, l'industria militare e l'economia pianificata dell'Urss (basate su una macchina paranoica come il Kgb) crollano perché si vanifica il delirio che l'informazione e la comunicazione possano essere controllate dall'inquisitore, dal partito o da un potere discreto ma totalitario fondato sulla ragion di stato.

Verba manent, scripta volant: con questo gesto sovversivo l'informatica contribuisce a far crollare l'Urss, l'ultimo impero sorto dal sentimento giacobino e dal pensiero debole.

 

La forza.

Secondo i greci la costanza deriva dal pathos. I cristiani, invece, la fanno derivare dalla parola. Per Freud costante è la pulsione. Virtù spirituale, virtù intellettuale, la pulsione è la forza della parola che spinge le cose verso la qualità, verso la scrittura, verso la novità, verso una materia inedita, inaudita e senza precedenti.

Togliete la pulsione dalla parola e avrete il soggetto al male e alla morte; insomma l'animale fantastico per eccellenza della medicina, della filosofia e della psichiatria.

 

(Enrico Ratti)

 

  

Aforismi milanesi 10

 

La scienza della politica.

Oggi, occuparsi del globale vuol dire affidarsi alla scienza della politica: scienza inaugurata da Niccolò Machiavelli cinquecento anni or sono.

La globalizzazione è, dunque, una questione eminentemente politica perché constata come le cose, le idee e le esperienze non finiscono e non sono destinate a compiere un viaggio senza avvenire, malgrado la crisi finanziaria che sta devastando le economie del pianeta

Orbene, la questione eminente che porrà la globalizzazione nei prossimi decenni, sarà quella di far sì che un progetto di società, di ambiente, di sicurezza e di diritti umani si compia e giunga a destinazione per la forza di un dispositivo morale, spirituale, intellettuale e artificiale e non per la forza di quell'apparato disciplinare che va sotto il nome di discorso occidentale. È dal discorso occidentale, infatti, che sorge la filosofia, la psicologia e la sociologia che sono delle reazioni al globale perché pretendono di imporre al pianeta come si deve fare e come si deve pensare.

Insomma occuparsi del globale vuol dire divenire imprenditore del progetto di vita, di governo e di direzione del pianeta. Un progetto che esclude la credenza nella morte (l'idea di conoscere come vadano a finire le cose), la credenza nella mentalità (l'idea di conoscere cosa sia bene e cosa sia male) e la credenza nella paura (il pregiudizio intorno al modo della riuscita).

Occuparsi della globalizzazione vuol dire intraprendere un viaggio sconosciuto e senza precedenti, dove il cammino non è più segnato e dove la conoscenza dell'origine (la gnosi) non ipoteca più il destino di un uomo, di un popolo e di un continente. In questo contesto la sorpresa e l'invenzione saranno le condizioni di un itinerario di soddisfazione e di gloria mentre, in prospettiva, le chances per l'Italia saranno quelle di diventare faro artistico, culturale e scientifico del Mediterraneo: la nuova frontiera del pianeta senza più distinzione economicistica tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo.

 

I giardini del tempo.

Con il Novecento è terminata la distinzione eminentemente morale di destra e di sinistra (una distinzione che risale alla rivoluzione francese) che nei decenni passati si esprimeva ora con toni demonistici ora con toni esorcistici. Il Novecento è terminato e, finalmente, è terminata anche la logica del ricatto e del riscatto a cui la scolastica, la disciplina e le avanguardie avevano sottoposto l'arte e la cultura. Il Novecento è terminato e con il Novecento termina anche la terribile spartizione ideologica tra destra e sinistra che istituiva la metafora mancata e inarticolata tra Oriente e Occidente: a destra stava l'Oriente con i suoi dispotismi, le dinastie e le teocrazie mentre, a sinistra, stava l'Occidente con i suoi nazionalismi, gli assolutismi e la tecnoscienza. Il Novecento è terminato e con il Novecento, infine, termina anche il culto polemologico inaugurato dal modello hegeliano dello schiavo e del padrone.

In apertura del terzo millennio, un'altra primavera s'annuncia nei giardini d'Europa e l'ora dell'intelligenza artificiale, dell'invenzione industriale, dell'arte della politica, del commercio e dello scambio è suonata. Questi dispositivi del fare sono già in atto ed esigono non più liti, baruffe e discordie su chi è incluso e chi è escluso dal governo della cosa pubblica ma, esigono, la trasformazione culturale e la variazione artistica rispetto ad un modello ritenuto immutabile.

  

L’onnivisione.

Ciò che neppure Dio, fin dalla fondazione del mondo, aveva osato pensare, oggi, invece, si realizza. Infatti, con la televisione, il mondo si è trasformato in mondovisione, in onnivisione, in spettacolarizzazione totale e la società da libera si sta man mano tramutando in società totalitaria. Una società dove ciascuno, inconsapevolmente, docilmente, prende ordini da teleschermi dislocati un po' dappertutto e che costringono miliardi di individui a pensare e ad agire secondo i palinsesti dei nuovi doganieri dell'ideologia, del luogo comune e del pettegolezzo. In questa nuova incultura mediatica a prevalere è la sostituzione totale della mente: una voce suadente ma implacabile, incessantemente, consiglia cosa acquistare, come votare, come muoversi e quali modelli imitare e seguire. Perfino il sesso viene canonizzato e reso presentabile nei sex-shop delle televendite dove, prosperose e agguerrite sacerdotesse, recitano i versetti fatali di un ineffabile quanto provocante breviario.

In questa mondovisione il passato è morto e il futuro è inimmaginabile. Ciò che resta è un interminabile presente dove il partito, il movimento, la setta, il club delle mozzarelle e degli assorbenti, in fantastica progressione, accompagnano il telespettatore dalla culla alla tomba. Insomma, nella spettacolarizzazione totale, tutto è previsto, controllato e certificato. Ancora un passo e i doganieri dell'onnivisione arriveranno a cassare anche la memoria, i sogni e la storia. Infine quando tutte le differenze, le sfumature e le particolarità saranno state omologate in un'informe materia grigiastra, tenuta in vita da droghe potentissime e da psicofarmaci efficacissimi, il regno di necrofilia governerà il pianeta.

  

La maschera di Gorbaciov.

L'ideale riformista che insegue la sinistra italiana, confluita nel Partito democratico, non è nient'altro che un "rinnovamento" del socialismo secondo il modello ideato da Gorbaciov, e non il tentativo di volgere il materiale proprio all'inferno satirico della prima Repubblica in materiale dell'ossimoro, cioè in materiale dell'ironia. L'ideale di Gorbaciov, ripreso poi da Putin, infatti, è sempre stato rivolto ad una preservazione dell'impero sovietico e alla perpetuazione dell'élite comunista sotto un travestimento liberista. (Non dimentichiamo che Gorbaciov era osannato dai comunisti italiani e dai socialdemocratici europei e questa idolatria è rimasta intatta fino ad oggi).

La maschera di Gorbaciov, attualmente, è rintracciabile nel buonismo di Veltroni, nel cinismo di D'Alema e nell’ecumenismo di Fassino.

A Washington il ballo in maschera è appena iniziato, gli invitati stanno ballando nello sfarzoso salone rutilante di luci e scintillante di specchi. In Italia, invece, i teatranti sono ancora in cerca di un capocomico.

 

(Enrico Ratti)

 

 

Aforismi milanesi 11

 

Parabola di Salomè.

L'amore è un atto impossibile che si svolge sempre su un'altra scena. Per accennare qualcosa di questa, per dir così, dislocazione fantastica, un'occasione ce la fornisce la parabola di Salomè base e fondamento di tutti i romanzi gialli. Vi siete mai chiesti per chi danza Salomè? Anzitutto diciamo che Salomè, con la sua danza, si cimenta nell'arte di far perdere la testa: a suon di tagli quella di Giovanni Battista e a suon di cembali quella di Erode senza, peraltro, sapere nulla di ciò che conduce lei stessa a perdere la testa. Sappiamo solo che in ballo c'è uno sguardo (proprio come avviene nella Lettera rubata di Poe): quello di Giovanni Battista che si distoglie dal corpo di Salomè e quello di Erode che invece la fissa tutta la sera. Ma lo sguardo che si distoglie dal suo corpo è proprio ciò che le fa perdere la testa, che la fa innamorare. E così Salomè, passo dopo passo, fa perdere la testa ad Erode per possedere quella di Giovanni Battista.

Per chi danza, allora, Salomè? Una cosa è certa: Erode non si accorge di essere raggirato dalla danza seducente di Salomè perché non riesce a capacitarsi che anche Giovanni Battista sia in ballo. In definitiva Salomè non sbaglia nel far colpo e ottiene, dal suo inconsapevole complice e sicario la testa che aveva creduto di aver perso. In questo senso il suo amore si realizza e una testa rotola.

 

Parabola di Sade.

Credere di poter strappare al godimento un brandello di verità su cui fondare una nuova religione porta il gioco a diventare comico. Sicché, per evitare il ridicolo, Sade, radicalmente, ci narra l'impossibilità di godere insieme. Infatti i suoi personaggi, supponendo di possedere e di distribuire il godimento, cercano solo vittime mai complici. Ma padroneggiare il godimento (che è un effetto del tempo) è impossibile, e allora ecco che questi personaggi impongono il godimento con la massima violenza e crudeltà. Però nelle loro pratiche di squartamento si imbattono in un contrattempo: quello di non riuscire a fare del godimento una religione. E allora frugano tra le carni senza sosta perché non possono credere che il godimento non serva a niente. E inorridiscono quando scoprono che, addirittura, non serve neanche a godere.

Sempre più ossessionati dalla ricerca di un ideale corpo del godimento totale a cui strappare la verità, o almeno un simulacro di verità, essi fanno a fette, dilaniano, stuprano e massacrano una quantità di corpi davvero impressionante. È in questa parossistica scarnificazione che la vittima e il carnefice diventano le maschere di un idillio che si tramuta in commedia, e poi in satira dove ciascuno finge di strappare per primo il godimento dell'altro. A questo punto ciascuno dei protagonisti delle opere di Sade sa quanto menzognero sia il godimento e allora, immersi in un delirio di sangue, sperma e feci, iniziano a favoleggiare ancor più terribili perversioni. Infine il gioco prende una piega talmente assurda che la morte arriva come un sollievo, come una grazia. In Sade la morte è la maschera che dice quanto sia vano fare del godimento un articolo di fede.

 

Parabola di Freud.

Nella lettera a Fliess del 22 dicembre 1897 Freud dice che la masturbazione (manu stuprare) è quell'abitudine di cui alcol, morfina e tabacco sono i sostituti. Dice, in altri termini, come alcolismo e tossicomania sono strutturalmente delle varianti dell'onanismo e delle rinunce alla forza della parola.

 

Parabola di Dracula.

Il vampiro come l'alcolista sembra che abbia problemi di liquidi. Per l'uno non c'è mai  l'ultimo goccio, per l'altro non c'è mai l'ultima goccia. Il vampirismo è la via attraverso cui gli umani, pensando al legame di sangue, alle strutture elementari della parentela, incappano in sbornie colossali.

 

Parabola di Diotima.

Se le categorie dell'ontologia greca ancora

oggi strutturano il discorso occidentale allora provatevi a leggere il Simposio di Platone là dove Diotima dice  "gravidanza e generazione è quanto vi è d'immutabile in ogni essere che ha vita ed è destinato a morire" e capirete come la depressione, la tristezza e la malinconia siano, a buona ragione, dei salutari espedienti per rimandare il più a lungo possibile il tristo e sinistro appuntamento.

 

(Enrico Ratti)

 

 

Aforismi milanesi 12

 

Celesti vagine.

Chi è la sfinge? La sfinge è chi parla da un altrove senza luogo e senza origine. La sfinge è la maschera contraddittoria e inindossabile della parola che lungo il filo d'Arianna conduce l'individuo dal labirinto al paradiso. Inoltre, la sfinge, col suo enigma introduce alla questione femminile e al lusso del tempo. E l'enigma ruota attorno ad un nome anonimo e innominabile (perché c'è il comandamento) e ad un simulacro senza identità o somiglianza (perché c'è il tempo). É solo così che la sfinge non ha più bisogno di buttarsi dalla rupe tramutata com'è in vergine (Maria) e in allegoria (Beatrice).

Se invece la madre crede di essere la sfinge che col suo indovinello di vita o di morte (o rispondi correttamente o ti picchio, o rispondi correttamente o ti boccio, o rispondi correttamente o ti licenzio) incute paura ai figli, agli scolari o ai salariati allora Edipo, al culmine dello stupore e dell'imbecillità, sposa Giocasta (la madre) fantasticando di darle dei figli mostri, aborti o deficienti. Oppure, se Cornelia si ostenta sfinge professandosi madre dei gioielli, ecco realizzata la metafora della genitalità e della procreazione nonché lo sfortunato destino dei Gracchi. Insomma se la sfinge come partner ideale sa fare l'amore (nessuno sa fare l'amore, perché in quel forame lì c'è solo il vuoto e, come insegna la parabola di Don Giovanni, in quel vuoto non c'è nessuna verità da scoprire), allora Paride, il figlio di Priamo ed Ecuba, rapisce la bellissima Elena, la moglie di Menelao, e scatena la guerra di Troia che, come tutte le guerre, è appunto una guerra d'amore.

Permanendo come fantasia materna la sfinge, la custode dei sepolcri e dei templi, terrorizza gli umani col suo indovinello ma, una volta sciolto, si butta dalla rupe non sopportando l'ironia che è, appunto, il contrappasso dell'aut aut.

 

L'intellettuale.

Il termine intellettuale nasce ufficialmente in Francia con l'affaire Dreyfus. Alla fine del 1894 il capitano ebreo Albert Dreyfus viene ingiustamente accusato di alto tradimento, condannato e deportato all'Isola del Diavolo. Ma, da molti elementi, risulta chiaro che Dreyfus è vittima di una congiura militarista e antiebraica. Negli anni che seguono lo scrittore Émile Zola scrive sull'amministrazione della giustizia e attacca gli operatori d'ingiustizia. Grazie a questa sua battaglia civile ottiene l'appoggio di professori universitari, artisti e scienziati e si schiera con il partito degli innocentisti sostenuto da repubblicani, democratici, radicalsocialisti e socialisti.

A questo punto la lotta contro le destre monarchiche si gioca tutta sul tema nuovissimo della giustizia e sulla continua sovrapposizione tra codice razzista e codice penale e tra la superstizione e il diritto. La partecipazione di Zola alla causa dreyfusiana culmina nella famosa lettera aperta ("J'accuse") al presidente della repubblica il 13 gennaio 1895 su L'Aurore con cui denuncia il complotto. In seguito a tale atto di generosità e di audacia intellettuale, lo scrittore viene condannato ad un anno di carcere e 3000 franchi di ammenda. Il 18 luglio 1898, per evitare la prigione, Zola fugge in Inghilterra. Ritorna in Francia nel 1899 praticamente in trionfo poiché, nel frattempo, è stato annullato il giudizio contro Dreyfus. E così, da allora, l'intellettuale, oltre a qualificarsi per uno stile ostile, si qualifica anche per le battaglie civili che combatte e per il contributo che da all'avanzamento culturale del pianeta.

Negli ultimi cinquant'anni, in Europa, si definiscono invece due modelli di intellettuali: quello gramsciano integrato nel partito e nella classe e quello sartriano, impegnato pur non essendo organico ad un partito. L'uno interpreta la classe, l'altro interpreta il popolo. Uno è integrato, l'altro è apocalittico. Questi due modelli di intellettuali si occupano di gestire e di egemonizzare l'arte e la cultura secondo i modi della casta degli umanisti del Quattrocento che frequentavano la corte e la curia. In Francia questo modello arriva fino a Bernard Henry-Lévy: uno dei pochi intellettuali ad intervenire, direttamente dal campo di battaglia, rispetto alle tragedie della Bosnia, del Kossovo, della Cecenia eccetera eccetera.

Le cose in Italia vanno diversamente. Qui da noi, infatti, gli intellettuali (quelli, per intenderci, che si riconoscono come tali solo perchè si oppongono al governo di centrodestra),  invece di occuparsi, per esempio, del dramma del popolo palestinese (dramma ispiratore degli attentati dell'11 Settembre) e della pax mediterranea, condizione della pace planetaria, hanno bisogno di avere un nemico sempre davanti agli occhi: ma così facendo essi lo consacrano rendendosi funzionali al sistema che combattono, e cioè a quell'anfibologia circolare tra amico e nemico che esclude la lingua diplomatica, la profezia, il rischio assoluto della verità e tutti quei dispositivi di vita dove il destino della famiglia dell’azienda e delle istituzioni è quello di andare verso la riuscita, la soddisfazione e l’eccellenza.

 

(Enrico Ratti)

 

 

Aforismi milanesi 13

 

Il business della morte.

Sfatare il business della morte è la cosa principale che un intellettuale, oggi, occorre che affronti e che risolva. Un pretesto per analizzare questo colossale business ci viene offerto dalle strutture ospedaliere contemporanee dove a prevalere su tutto è il programma di morte (qui la morte, evidentemente, è da intendere come assenza di parola tra medico e paziente). E questo avviene anche negli ambulatori e nei reparti psichiatrici guidati, prevalentemente, da cervelli conformisti assemblati come un caleidoscopio di luoghi comuni, di certezze superstiziose e di pregiudizi.

E allora è necessario ripercorrere la vicenda del cancro (la malattia innominabile) e dell'Aids (l'assicurazione sull'ultima pandemia possibile) per capire come tutte le malattie cosiddette croniche costituiscono il contrappasso e il contropiede di un'epoca, quella attuale, che ha cancellato il tempo e la cura per affidare a vecchie e nuove superstizioni il business della morte e quello della sua paura. É contro questo business che una nuova idea di immunità (legata, per esempio, allo stile di vita) occorre che sorga anche perché il dispositivo immunitario viene abbattuto da chi assume la morte, da chi assume farmaci, psicofarmaci, fumo, alcool e droga, da chi si abbuffa, da chi va in bestia, si imbestialisce, si arrabbia o gioca a fare la macchina erotica secondo i principi della termodinamica. Inoltre è davvero singolare che i virus del cancro e dell'Aids non siano mai stati scoperti. A questo proposito la vicenda dell'attribuzione dell'Aids al virus Hiv, attribuzione decisa per ragioni economiche e politiche e avvallata dai governi degli Stati Uniti e della Francia, nonché la storia del brevetto del chemioterapico Azt, la dicono lunga su cosa vuol dire il successo di una scoperta senza etica: un successo che trova proprio ciò che vuole e ciò che gli serve, scacciando definitivamente dalla mitologia medica la materia del racconto del disagio, fonte perenne di ricerca e di invenzione.

Insomma, proprio perché si tratta di un mito, del dispositivo immunitario la medicina sacramentale pare non ne sappia nulla, tranne qualche vaga approssimazione. Essa si limita solo a constatare quando l’immunità viene persa e dunque a prevalere è il pregiudizio fondamentale che pesa sulla vita che è appunto il riferimento alla morte. Infatti una delle ossessioni principali del discorso occidentale (quel discorso che va dalla comunità filosofico-religiosa ateniese e, passando per Lutero, arriva fino alla filosofia romantica e oggi alla New Age), è il suo continuo riferimento alla morte, alla morte della parola, alla morte dell'arte (anche medica) e alla fine del tempo.

É questa un'idea di morte che abolisce l'immunità (assenza di sostanza, di peso, di mortalità ma, anche, communione ovvero come il nutrimento sia intellettuale) e istituisce l'androgino, base e condizione del primitivismo, del paganesimo e del tribalismo in materia di medicina. É dunque da Platone in poi che l'immunità viene negata (per Platone il suddito è il moribondo condannato a sopravvivere) a favore della demonologia, a favore di quel particolare tipo di sequenza demonologica che va dalla peste ad opera delle frecce che colpiscono Tebe e che colpiscono il corpo di San Sebastiano, alla piaga, al tracollo, all'ictus, all'infarto, al cancro, all'Aids. É singolare, inoltre, constatare come la diffusione di queste pene avvenga sempre per contagio, per plagio, per infezione e per telepatia quasi fossero il corollario della malattia mentale: causa invisibile, dunque demoniaca, di tutte le malattie del corpo.

A questo proposito si rende necessario ricordare come il discorso occidentale inizi con una favola. Nel Simposio di Platone, Aristofane rivolgendosi ad Erissimaco, narra una favola che ancora oggi invischia e affascina la Repubblica occidentale. La favola che narra Aristofane è quella dell'androgino: un animale fantastico a forma sferica partecipe di entrambi i sessi e rappresentante assoluto dell'unità, che Zeus taglia in due. Questo taglio comporta che l'uno (la sfera) si divida in due sessi differenti che danno origine alle filiazioni economiche, sociali e politiche dell'umanità. Successivamente, Aristotele, preciserà che ogni uomo è puro mentre la donna è impura perché non fa l'economia del sangue e dunque è sempre da proteggere oltre ad essere inferiore, incapace e troppo ciarliera. É così che inizia il più grande delirio di padronanza (i presocratici erano più saggi e prudenti) di tutti i tempi che verrà messo in discussione solo con il Cristianesimo, solo con l'assunzione delle donne nel cielo della parola. Ma se l'uomo si crede padrone assoluto del sistema di cielo e terra, se è colui che fa l'economia del sangue e della parola allora è anche colui che incarna la funzione di morte (per Aristotele, infatti, tutti gli umani sono mortali, mentre il Cristianesimo esalta l'immortalità e il corpo in gloria). É da questa fantasia che nasce il purismo androginico proprio al discorso occidentale, che esalta l'assenza di parola e fa risaltare la creazione in mancanza di Dio.

Per riprendere la questione del cancro e dell'Aids è essenziale, allora, rilevare come nel discorso del cancro si tratta della fantasia irrealizzabile di creazione (moltiplicazione cellulare), mentre nell'Aids si tratta della fantasia impossibile di procreazione (sangue più sperma). In entrambi i casi si tratta comunque di cadaverizzazione e pertanto che il corpo è mortale e per questo sacrificale (Cristo, invece, annuncia che il corpo non è sacrificale ma in gloria, in assenza di peccato e di corruzione).

Se il corpo è creduto mortale e lo spirito è rappresentato da una piccola cellula (anche cella) che conterrebbe una forma maligna, un'immagine maligna, peccaminosa e negativa da celare secondo le procedure del moralismo, allora non c'è più immunità. In altri termini, se l'Altro è escluso perché ritenuto idiota (anziché idioma) o perché rappresentante della debolezza, dello stupore, della stupidità e dello stupro, allora viene rappresentato, in un delirio di creazione e di procreazione, nel corpo del malato terminale divenuto il luogo di un'impossibile autonomia locale che, quasi fosse una sineddoche, prolifica fino ad invadere il tutto.

Non trovarsi in questo maternage comporta capire quanto la questione donna stia dunque agli antipodi del discordo occidentale e agli antipodi dell'androgino: da quella fantasia di padronanza e di potere assoluto che consente al culmine della parodia nella donna tutta o nella madre universale, di potersi clonare da sé. In definitiva è solo con il Cristianesimo che la mitologia dell'androgino (dell'uno che si replica, del replicante) viene sfatata, ossia viene sfatata quella mitologia della morte della parola che prende a pretesto un corpo supposto mortale per dire la verità sul creato.

Per non concludere: l'elogio delle donne rimane ancora tutto da scrivere.

 

(Enrico Ratti)

 

 

Aforismi milanesi 14

 

Paradisi artificiali.

Chi si sdegna, chi si leva, chi insorge, oggi, contro il genocidio che avviene tra i giovani a causa dell'abuso di psicofarmaci, di droga e di alcool? 

E chi si assumerà la responsabilità di accusare, di combattere e di opporsi a quel compromesso che partendo da quello storico e passando dal compromesso giudiziario e dal compromesso dell'opinione comune, oggi, si è tramutato in luogo comune? (Il luogo comune qui é da intendere come altra faccia della mentalità   ma, anche, come divisione in schieramenti, in bande, in fazioni dove tutti i discorsi e le fantasie ruotano intorno al personaggio dal giorno costruito sia dal tribunale che dalla sua grancassa mediatica). É, dunque, partendo da persone come Aldo Moro, Enzo Muccioli, Enzo Tortora, mamma Ebe, Annamaria Franzoni, Eluana Englaro e Silvio Berlusconi che si sono costruiti tutti i più feroci schieramenti di questi ultimi anni. Schieramenti che mercificando l’arte e la cultura le rappresentano nel personaggio da Grande Fratello. E questa mercificazione funziona nei cervelli dei cittadini proprio come una droga o come uno psicofarmaco, a volte ipnotico a volte magico, sempre comunque capace di influenzare e di dirigere i pensieri, i gesti e i comportamenti verso un obiettivo prefissato dai nuovi doganieri dei palinsesti radiotelevisivi. Un obiettivo che è la base e la condizione del consenso e del dissenso, del conformismo e dell'anticonformismo, dell'euforia e della disforia su cui s'impianta la nuova società segregativa. In questa sorta d'idiozia videocratica e onnivisiva può dunque succedere che molti giovani si trovino ad avere l'impressione che tutto il mondo inizi e termini tra i pulsanti di un frenetico zapping, che il deserto avanzi, che l'acqua e l'aria siano avvelenate, che il fuoco celeste riduca in cenere le Torri gemelle della nuova Babilonia, che la grandine devasti la terra e che un colossale buco nero, infine, inghiotta il vivente. Ecco le immagini dell'Apocalisse moderna, presa tra terrorismo e catastrofe cosmica, senza più speranza e con le cose condannate a rimanere perennemente immutabili, ineffabili, inerti, immobili e amorfe. Insomma, in questo contesto, l'impressione è quella di perdere l'orientamento, la qualità della vita, della parola, della poesia, dell'impresa e della scrittura. E allora, tagliando corto con il sogno e la dimenticanza, ecco pronta la buona sostanza, la medicina sacramentale, lo psicofarmaco o, all'occorrenza, la cattiva sostanza, la medicina profana, la droga. Sia lo psicofarmaco che la droga garantiscono il consumo, la somministrazione, la mediazione, la fine del tempo, della vita e della speranza in vista del diluvio prossimo venturo.

Dall'obbligo dell'ospedale psichiatrico all'obbligo dello psicofarmaco e del metadone (l'eroina di Stato), il risultato viene raggiunto sempre più velocemente votando alla morte il malcapitato in una complicità strategica tra familiari e operatori sociali. Si tratta ormai di genocidio si tratta, in fin dei conti, della realizzazione del programma di Hitler. Infatti il Terzo Reich costituisce l'esempio storico più eclatante di una società fondata sull'isolamento, sulla sorveglianza e sullo sterminio dell'ebreo, dello zingaro, del delinquente, dell'alienato, del malato e del drogato. É in questo tipo di società segregativa che s'inventa quella psicoterapia che propone se stessa come psicofarmaco da assumere, per realizzare la mitologia romantica della profondità e della natura. Ed è su questi presupposti che, dal dopoguerra in poi, è prosperato lo jungomarxismo: una nuova disciplina psichica che intende la psicoterapia come strumento di controllo sociale da coniugare con la psicologia militare, affinché il popolo diventi massa coesa da dominare e da dirigere facendo leva sui tabù sociali.

Insomma quello che oggi si propone al dibattito, in maniera tanto drammatica quanto comica, come emergenza droga e alcool non è che il risultato dell'ideologia dello psicofarmaco, nonché della mitologia sostanzialista che nega la cultura in favore della stupidità eretta a dogma. E allora è urgente chiedersi se la famiglia, la società e le istituzioni moderne consentano, oggi, l'articolazione del disagio dei giovani senza farli passare dallo psicofarmaco direttamente all'obitorio.

 

Paradiso di lusso.

Tra il sistema conformistico del compromesso cattolicopagano (cattolici più comunisti) e la società normalizzata secondo il modello jungomarxista, la famiglia, oggi, inizia a trovare nuove forme, nuovi modi e nuove strutture di sviluppo proprie all'impresa. E la famiglia a seguito della società arbitraria (una società finalmente libera dai tabù, dalle ideologie e dalle superstizioni religiose su cui si erige la Repubblica occidentale), a seguito della società industriale e culturale a un tempo, a seguito della società a responsabilità illimitata, trova nei dispositivi del fare, del commercio e dell'intelligenza artificiale i suoi effetti istituzionali. Grazie a Freud questa famiglia incomincia a instaurarsi a partire dalla funzione di padre, di autorità e di autore e si compie con la sessualità come politica del tempo, dell'invenzione e dell'impresa. Con la politica del tempo, dell'invenzione e dell'impresa, basi e condizioni della civiltà telematica, la famiglia si fa città. Una città che nulla condivide con la polis descritta da Aristotele, che nulla condivide con la città murata o con la fortezza (base e condizione del delirio sadiano), che nulla condivide con la Berlino o con la Mosca quali città rese spettacolari dalle moltitudini e dalle masse e che nulla condivide, infine, con le città monolocale americane e giapponesi costruite come una serie di capsule in cui vivere cibandosi di pillole. Per la famiglia, quale dispositivo del fare, la città incomincia ad esistere senza lo spettacolo del sacrificio e della sofferenza e senza dipendere dai tabù ideologici e dalla lingua dei litiganti divisi in bande disarmate e disarmanti. Insomma la nuova impresa familiare punta alla riuscita e alla soddisfazione, punta, cioè, alla realizzazione del proprio progetto di vita in modo libero e indipendente e non più sottoposto ai principi morali dell'epoca o vigenti nel gruppo. Quel gruppo che dagli anni sessanta in poi si è andato costituendo come groppo mentale e che oggi, dopo la vittoria della destra rischia di portare l'intellighenzia di sinistra dall'anoressia mentale  all'immobilità catatonica.

 

(Enrico Ratti)

  

 

Aforismi milanesi 15

 

I vestiboli dell'inferno.

Il sintomo, anche violento, che il cosiddetto tossicomane enuncia con l'atto di parola, con il gesto psichico, non ha niente in comune con il sintomo fisico, ma è la spia di una richiesta di terapia in cui ci sia prima ascolto e accoglienza del disagio e poi progetto di cura di qualità. La medicina (il cui etimo med porta al verbo medeor, curare) sacramentale, la medicina nazionalizzata sulla base della spartizione dei fondi statali, invece, non presta nessuna attenzione al lato "psichico". Per questo tipo di medicina conformista la pulsione di morte (quella che si enuncia parlando) non esiste, esiste solo il corpo morto da osservare con l'occhio clinico del medico-filosofo. Tra lo squallore dei luoghi comuni, nel deserto spirituale dei reparti ospedalieri, fra le camere e i camici sbiancati, tra l'assistente sociale di supporto, lo psicologo di appoggio e l'accompagnatore di sostegno, questa medicina senza qualità e senza pulsione intellettuale oppone al cervello artificiale (l'ingegneria del governo e della direzione della cura) il guaritore di stato: un professionista del vittimismo che si qualifica per l'assenza assoluta di audacia intellettuale. Insomma la natura epidemica del conformismo ha fatto del corpo del tossicomane il luogo per eccellenza dell'assenza di tempo, dell'assenza di avvenire e dell'assenza di speranza nonché il luogo supremo della dipendenza e della funzionalità della morte.

 

L'acqua favolosa di uno stagno disseccato.

Se c'è la pulsione di morte a narrare le vicende del "male" e della "malattia" il fondamento negativo si dissolve: rimane solo l'ombra di un oggetto mitico intorno a cui si tessono le vicende di un fantasma, il fantasma (la fantasia) di sparizione. É a partire da qui che della morte non c'è esperienza. Infatti, per molti tossicomani, il fantasma di sparizione non è nient'altro che il tentativo impossibile di immobilizzare la morte credendo di abitarla, di rappresentarla o di indossarla come fosse una maschera di Carnevale. Ma abitare la morte è un'impresa impossibile dal momento che esiste il tempo e che nulla si fa al di fuori di esso. Credere, poi, di dirigere e di padroneggiare il tempo come fosse una macchina per fare un viaggio allucinatorio tra il passato, il presente e il futuro è una complicazione in più che porta ad alcuni contraccolpi come l'infarto, l'ictus, il cancro e l'Aids. Paradossalmente la pulsione di morte non conosce fine presa com'è nell'acqua favolosa di una stagno disseccato.

 

Il discorso della festa.

La messa a morte del padre dell'orda primitiva e l'instaurazione del totemismo costituiscono la festa della droga: la prima festa dell'umanità. La divisione e la somministrazione del cadavere del padre ai componenti dell'orda (la frammentazione della sostanza) è, invece, il rito fondamentale della religione della droga. In estrema sintesi: se in una famiglia, in un gruppo o in una società prevale l'idea che il padre, l'autorità e la legge siano morti, ciò che è destinato a trionfare è il regno di necrofilia.

E questo regno è ciò che ha caratterizzato, dal '68 in poi, l'Italia e il modello di società cattolicopagana che ne è derivato. Ma è proprio su questo modello di società che il discorso messianico e salvifico del prete e del politico, credendo di trovare il loro trionfo, trovano invece il loro scacco. E, infatti, la religione della morte e della droga trionfano nella misura in cui aumenta il benessere di un Paese.

Orbene, se la tossicomania (ma anche l'alcolismo e la dipendenza farmacologica) è la rappresentazione caricaturale, carnevalesca e festiva dell'assenza della funzione di padre, paradossalmente essa sospende anche la credenza nel fatto e nella sofferenza. Infatti la tossicomania è una variante dell'umorismo perché è la riproduzione artificiale e caricaturale, dell'antico banchetto totemico dove a farla da padrone erano la nevrosi e la psicosi. In questo senso, la tossicomania, si configura come uno specchio anamorfico che fissa l'aggressività sulle assi di un palcoscenico dove sarebbe possibile dirigere il gioco, per controllare il funzionamento delle immagini, ed escludere ogni debordamento artistico. All'interno di questa cornice, la festa, allora, diventa lo spazio eminente di assunzione della droga e la trasgressione assurge a imperativo morale. Infatti nella festa si annullano tutti i valori e si crede di essere diversi, più disinibiti, di trasgredire la legge e di realizzare l'idea festiva della perversione.

Con la droga, l'alcool e il tabacco si tratta, in definitiva, di sbarazzarsi del sintomo del disagio della civiltà senza averlo elaborato. In questo modo si ha l'illusione di controllare il desiderio e il godimento e di padroneggiarne magicamente gli effetti. Questo come dice Ferenczi in Alcool e nevrosi (1911), è un tentativo di "autoterapia palliativa mediante avvelenamento".

Senza articolazione del sintomo l'alcolista rappresenta la colpa esibendosi come immondo e il tossicomane rappresenta la mancanza mostrandosi come aberrante. É qui che la medicina sacramentale sbanda, perché prende il sintomo come rappresentazione di un deficit della sostanza da sanare con un farmaco o con il metadone, insomma con l'altra sostanza. Ma il principio è sempre quello della droga: il corpo funziona a patire dalla sua morte.

 

Apparati.

Marijuana, hascisc, cocaina, eroina, Lsd, crack, ecstasy, crystal-meth, K-ketamina, popper combinato con viagra, bulbocapnina potenziata con curaro e altre anfetamine sono ormai diventate indispensabili per la riuscita delle feste. Alcuni giovani si imbottiscono di dosi talmente elevate di anfetamine che poi non riescono a dormire per tre, quattro giorni. Ma quello che più turba riguardo ai tossicodipendenti da ecstasy sono i bizzarri sintomi psicotici che essa provoca. Inoltre sussistono prove schiaccianti che tali anfetamine accelerano il decorso verso l'Aids conclamata. Infatti è dimostrato che l'ecstasy mangia le cellule-T a colazione, pranzo e cena. A lungo andare l'ecstasy è forse più dannosa delle altre anfetamine. Essa provoca ogni sorta di disturbi fisici e mentali quali crisi improvvise di pianto e di panico, insonnia, inappetenza, deficit mnemonici, perdita di contatto con la realtà, ansia, angoscia, paranoia e schizofrenia. Questi sintomi possono non comparire per diversi decenni. Ma sta di fatto che l'ecstasy divora le cellule-T a quattro palmenti.

 

(Enrico Ratti)

 

 

 

Aforismi milanesi 16

 

A beautiful mind.

Per cercare di descrivere la parabola scientifica e umana di John Forbes Nash, uno dei massimi matematici viventi e Premio Nobel per l'economia, occorre partire da quella famosa mattina del 1959 quando lo scienziato, in preda al delirio, entrò nella sala di lettura del dipartimento di matematica del MIT e incominciò a sbandierare una copia del New York Times. Egli, lasciando di stucco i colleghi, affermò che l'articolo di spalla della prima pagina era un messaggio cifrato proveniente da un impero extraterrestre, che lui avrebbe decifrato senza problemi. Solo dieci anni prima, con una scarna paginetta, senza nemmeno formule matematiche, Nash aveva rivoluzionato la teoria dei giochi e di conseguenza parte delle scienze economiche ma, anche, la teoria delle decisioni razionali e perfino la teoria dell'evoluzione biologica.

Nel suo brevissimo lavoro, egli, era riuscito a dimostrare come due idee apparentemente contraddittorie (quella di un "punto fisso" preso in una trasformazione di coordinate e quella di una strategia più razionale che un giocatore può adottare, quando compete con un avversario anch'esso razionale) portassero, invece, ad un punto di equilibrio da allora detto "equilibrio di Nash". Egli non aveva fatto nient'altro che introdurre il principio di equità tra due giocatori che una volta trovato il punto di equilibrio non hanno interesse a distaccarsi, ciascuno andando per proprio conto, da quel punto stesso. Nash ci insegna che tale punto di equilibrio è l'unico che garantisce ad entrambi i giocatori il migliore guadagno possibile nella peggiore delle situazioni immaginabili.

Ma questo tipo di guadagno era ammissibile nell'epoca della guerra fredda (la terza guerra mondiale), nell'epoca della minaccia dell'olocausto nucleare, nell'epoca contrassegnata dall'apoteosi del discorso occidentale con la sua idea di fine del tempo e delle cose? Evidentemente no perché in quel periodo, dove tutto doveva essere pianificato, normalizzato e sottoposto alle gerarchie politiche, non si tollerava che qualcosa sfuggisse al controllo di un sistema che aveva come fine ultimo lo sterminio dell'umanità. In definitiva il guadagno intellettuale, l'equa suddivisione sociale dei beni, del piacere e del godimento della vita nulla condividevano con l'idea di sterminio, di olocausto e di sacrificio che i governi degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica andavano pianificando con tanto scrupolo. Infatti se qualcosa di anomalo sfuggiva alle rigide procedure sacrificali con cui si esprimeva lo spirito dell'epoca subito veniva represso, internato o eliminato al fine di mantenere sempre efficiente il sistema mondiale del terrore basato sulla minaccia nucleare.

Con la sua follia Nash, ha forse voluto dimostrare che la strategia dell'equilibrio è proprio quella variante che mette in crisi un sistema di riferimento (il discorso occidentale con la sua passione per la morte), ritenuto immutabile nei secoli dei secoli. Insomma di sicuro John Forbes Nash brucia d'amore per l'umanità ma, con la sua bellissima parabola, ci insegna (soprattutto oggi, dopo i fatti dell'11 settembre) che non è necessario ridursi in cenere per dimostrare al mondo come l'unica via per rinnovarsi o per purificarsi passi necessariamente attraverso il rogo o l'olocausto.

 

Follia e ragione.

Chi è lo sragionatore e che cos'è la ragione? La ragione è la ratio e la ratio (reo, ratus) è ciò che è calcolato. Il conto e il calcolo sono dunque la ragione. Lo sragionatore è invece colui che segue un altro conto e un altro calcolo. È colui che pensa le cose in un altro modo, in un modo non conformista. In altri termini: se si ammette la serie infinita, nessuno può valutare quale sia l'ambito della ragione e l'ambito della follia. Infatti la distinzione tra razionale e follia in un sistema infinito non esiste. Ma allora chi è il giusto della Repubblica che vive secondo le regole, le norme e i motivi dell'infinito? Difficile dirlo. Però trovarsi a vivere nell'infinito comporta anzitutto un tipo di ragionamento che non applica le regole dell'algebra (regole che definiscono il limite e dove il tempo esige che le cose si sommino una sull'altra fino a diventare insopportabili) perché è proprio a partire da queste idee che sorge, invece, la mitologia dell'esaurimento fisico o nervoso che dir si voglia. L'inesauribile, l'illimitabile e l'interminabile sono ammessi solo nell'infinito dove del tempo nessuno ne sa nulla prima che avvenga come effetto.

Ecco allora la follia indicarci i modi con cui funziona un altro tipo di calcolo che può intervenire con criteri, termini e misure differenti dai concetti di uso comune.

 

La tolleranza.

Considerare la follia in un altro modo vuol dire non iscriverla nel catalogo dei disturbi e dei mali della mente. Ma che cos'è un folle? Per i latini folle era il mantice (follis), un sacco pieno di vento. Da lì viene anche il termine folletto, lo spirito che vaga di qua e di là, che va e poi ritorna come il vento e che è irrappresentabile come il fuoco fatuo. Contro i folletti che popolano le città sorge invece il concetto di unità (oggi si può dire anche razzismo): tutta una serie di rappresentazioni demonistiche del "deviante" che non può e non deve trovare posto nella città. Una città intesa (soprattutto adesso) come un luogo incontaminato, che non deve essere sporca, che deve essere esteticamente solare oltre ad essere, naturalmente, ordinata, pulita, sterile, senza volti scuri e senza personaggi inquietanti. E questa idea di pulizia è sempre un'idea di pulizia etnica, è sempre contro l'ospite e lo straniero, è sempre contro il folle perché il folle crea disordine ed è imprevedibile. Insomma, in questa città ideale, l'ordine della sbirraglia coprofila deve regnare sovrano.

A questo punto ritengo urgentissimo reintrodurre, in ogni città, quella antichissima Festa dei Folli che non escluda ma che integri anche gli ecclesiastici.

 

(Enrico Ratti)

 

 

 

Aforismi milanesi 17

 

Teoria dei giochi.

E' noto che molti grandi matematici si sono divertiti ad escogitare giochi e rompicapi e, a partire dagli anni Venti del secolo scorso, il poker e gli scacchi incominciarono ad interessare i matematici di Gottinga. All'università di Gottinga, inoltre, un genio matematico tedesco, David Hilbert, con la sua teoria degli assiomi aveva rivoluzionato la matematica spostandola dall'empirismo all'astrattismo. Hilbert e altri matematici riuscirono ad estendere l'approccio assiomatico anche alla logica e alla teoria dei giochi. E così, mentre in Europa, fin dai primi anni del Novecento, c'erano dozzine di cattedratici e intellettuali che si dedicavano ad inventare e a divulgare la nuova matematica, in America non ce n’era neanche uno. Poi, verso la fine degli anni Venti, anche grazie al contributo di molti filantropi, Princeton, una città a pochi chilometri da New York, diventò il centro matematico dell'universo. All'università di Princeton insegnavano Albert Einstein, Kurt Godel, Robert Oppenheimer e il discepolo di Hilbert, John von Neumann, l'inventore, tra l'altro, delle tecniche matematiche per il funzionamento dei computer. Von Neuman nel 1928 con il teorema del minimax (un teorema che esclude il terzo per garantire il conflitto tra due giocatori, come avviene nel gioco degli scacchi), fu il primo a fornire una descrizione matematica completa di un gioco. Ma fu solo nel 1938 quando von Neuman incontrò Oskar Morgenstern, un economista immigrato dall'Europa come lui, che si formò il nesso tra gioco ed economia. Morgenstern convinse von Neuman a scrivere un trattato in cui si sosteneva che la teoria dei giochi era il fondamento scientifico di ogni teoria economica.

Nacque così, nel 1944 The Theory of Games and Economic Behavior, un libro rivoluzionario che applicando la matematica come linguaggio della logica scientifica, attaccava la visione keynesiana basata sugli incentivi, il comportamento e la psicologia individuale. L'essenza del messaggio di von Neuman e Morgenstern consisteva nel sostenere che i problemi tipici del comportamento economico diventavano rigorosamente identici ai concetti matematici relativi ai giochi di strategia. Infatti la cosa più importante di questa teoria riguardava i giochi a due giocatori, che erano giochi di conflitto totale. Giochi che tra l'altro si adattavano perfettamente ad elaborare modelli e strategie che riguardavano la guerra scoppiata in Europa. Ma si adattavano anche e soprattutto al problema che aveva avviato la guerra fredda, la terza guerra mondiale: la minaccia del conflitto nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Questi giochi, però, non erano in grado di dire se le perdite per gli sconfitti si sarebbero rivelati vantaggi per i vincitori. Con le armi che diventavano sempre più distruttive infliggere al nemico il massimo danno possibile non aveva più senso. E così i giochi a due giocatori, se si dimostravano inutili alla strategia militare, gettarono, però, le basi per far prosperare l'economia che cresceva all'ombra della guerra fredda: quella del consumismo che a partire dal discorso della guerra, considerava il mercato al pari di un campo di battaglia.

Se una parte dell'edificio della teoria dei giochi poggia sul teorema del minimax di von Neuman, l'altra sua parte è strutturata, invece, dal teorema dell'equilibrio formulato da John Forbes Nash, nel 1950. Il genio di Bluefield, nella West Virginia, e premio Nobel per l'economia, si distaccò completamente dal teorema di von Neuman e avanzò l'ipotesi che i giochi cooperativi fossero formati da un numero N di persone che si accordavano per trovare un punto di equilibrio. In breve: il teorema di Nash poggia sull’idea che ci sia un punto naturale di equilibrio. Un equilibrio che tende a mantenersi nel tempo e per mezzo del quale ciascun giocatore sceglie la migliore risposta da dare alle azioni degli altri giocatori. I giocatori di questo grande gioco a masse multiple sono costretti, così, a collaborare tra loro se vogliono massimizzare i loro tornaconti.

L'equilibrio di Nash si poteva quindi applicare ad una classe di situazioni molto più ampia rispetto al teorema del minimax di von Neuman. Infatti, il suo teorema si poteva adattare al disarmo totale, alle scienze economiche, alla sociologia, alla biologia e alle nuove scienze politiche. Scienze politiche che applicate alla globalizzazione oggi hanno contribuito a dissipare sia le etnie che l'idea di impero. A mio avviso, quindi, il teorema dell'equilibrio di Nash è anche alla base della nascita dell'Unione Europea: un ciberspazio non più legato al territorio ma fondato su un gioco politico astratto (dove non c'è più qualcuno che vince o che perde, come nella politica conflittuale, ma vincono tutti quando trovano un punto di equilibrio) e su un governo policentrico caratterizzato dalla pace, dalla collaborazione, dall'accoglienza, dalla rivoluzione del software, dalla digitalizzazione dei media, dai flussi di informazione del wireless e dalla bottega telematica. Una bottega caratterizzata dall'economia dell'appagamento da cui procede sia la solidarietà come dispositivo di cooperazione, sia il patto di lealtà come dispositivo di equilibrio e, quindi, di riuscita. Entrambi i dispositivi sono intersecati, poi, dall’infinito attuale: un’idea del tempo che caratterizza anche le nuove istituzioni della UE. Istituzioni pensate, appunto, per gestire un presente in continuo cambiamento. In questo contesto l'Europa è un'idea nuova di governo delle cose ed è per questo che è anche indice della civiltà planetaria e della globalizzazione. E la globalizzazione che non faccia più riferimento al sistema di dominio degli uni sugli altri - dalla guerra dei due blocchi all'iperguerra del terrorismo internazionale - è l'altro nome del rinascimento. Un rinascimento caratterizzato dalla politica del tempo e dalle cose che si fanno secondo l'occorrenza.

 

(Enrico Ratti)

 

  

Aforismi milanesi 18

 

L'infinito attuale.

L'idea da cui nasce l'articolo precedente dedicato alla teoria dei giochi è relativa alla constatazione che il teorema dell'equilibrio di Nash, oltre a mettere in discussione l'economia della guerra fredda, sta anche alla base della nascita dell'Unione Europea e, quindi, della sua moneta e della sua economia. Un'economia fondata sul principio della pace e dell'appagamento, da cui  ho fatto procede sia la solidarietà come dispositivo di cooperazione, sia il patto di lealtà come dispositivo di equilibrio e, quindi, di riuscita. Ho, inoltre, avanzato l'ipotesi che entrambi i dispositivi siano intersecati dall'infinito attuale che, come idea del tempo non cronologico, caratterizza il fare in atto, ma anche le istituzioni della UE. Occorre però precisare che, per me, dire dispositivo è come dire ritmo (dispositio è il termine latino per il greco rythmos) e il ritmo, ovvero l'aritmetica, è il modo originario con cui le cose si ordinano, si dicono, si fanno e giungono a qualificarsi e a vendersi a partire dall'idea di innumerazione. Solo con l'ausilio dell'aritmetica possiamo, quindi, giungere a dare un'accezione di tempo non quantificabile; un tempo, cioè, che non corrisponde più al concetto di durata, di linea, di progresso e di regresso e che non partecipa ai concetti di corruzione e di consumazione (concetti tipici dell'economia della guerra fredda), ma anzi instaura l'altro tempo, ovvero l'infinito attuale, il tempo in atto, il tempo come gerundio, il tempo facendo. Ecco perché sono giunto a contrassegnare l'economia dell'appagamento e della pace con i dispositivi di cooperazione e di equilibrio che sono gli unici modelli che  permettono di elaborare un nuovo concetto di mercato ma, soprattutto, di pubblico: il pubblico originario della cosa europea. Una res pubblica che come indice della città planetaria, del libero mercato e dell'invenzione industriale ha contribuito a dissipare i concetti di etnia e di impero. Infatti la UE, come insieme di network politici e come dispositivo di accoglienza aperto e tollerante, è strutturata non da un territorio ma da un ciberspazio culturale e commerciale su cui è assolutamente impossibile installare tutti quei sistemi morfologici che hanno caratterizzato le filiazioni sociali, politiche, economiche e finanziarie in voga all'epoca della guerra fredda. In questo nuovo contesto, in cui a prevalere non è la competitività e il consumismo, ma la qualità della vita, lo sviluppo sostenibile e la cooperazione, man mano si sta dissolvendo anche il concetto di consumatore: un concetto basato sull'idea della fine del tempo e delle cose e, quindi, sul principio della consumazione. Questa idea di consumo, infatti, si stabilisce solo se il tempo viene ritenuto misurabile, se scorre e se passa, cioè. Ma che cosa intendo quando, invece, affermo che l'infinito attuale è nel fare, o quando dico che è il  superfluo a redigere i programmi dell'avvenire?

In breve: già Lucrezio aveva capito che l'infinito è una proprietà del fare e che, di conseguenza, nulla è precluso. Lucrezio però afferma quello che già prima di lui Parmenide aveva enunciato: nulla si crea e nulla si distrugge. Questo per dire che contare e fare non rientrano nel dominio del calcolo delle probabilità, perché sono cose improbabili e dunque non rientrano in un approccio del mondo e dell'universo trattati come un tutto, ma rientrano in quell'innumerazione (la logica del tempo) prediletta da Pitagora. Euclide, dal canto suo, si è subito affrettato a richiudere questa breccia aperta sull'infinito cercando di dare una descrizione completa dell'universo. Un universo che Euclide trattava come un tutto perfettamente misurabile, quasi che il tempo fosse confinato in uno spazio chiuso. Poi, ciascuno a suo modo, Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Galileo Galilei, che con la sua pietruzza voleva misurare addirittura il cielo, introducono di nuovo il concetto di infinito. Ma è solo con Georg Cantor che le teorie matematiche vengono sconvolte, nell'ultimo scorcio del diciannovesimo secolo, dall'introduzione dell'infinito attuale: un'idea che staccava il tempo dall'essere e dunque introduceva il concetto che la serie fosse interminabile. Con Einstein, poi, il tempo, per dir così, ritorna sul variabile. Anzi ritorna ciclico, ossia chiuso, proprio come gli alti e bassi, le crisi e le riprese, che governano, ancora oggi, ciò che rimane dell'economia della guerra fredda. Quello che occorre allora chiedersi è questo: quale futuro può avere nell'epoca dell'intelligenza artificiale, della telematica e del ciberspazio la teoria della relatività costretta nello spazio comprensivo di un tempo immaginato chiuso in se stesso? E perché Einstein ha riproposto il canone dello spazio rinunciando alla sicurezza del tempo? E ancora: per quale ragione un fisico insisteva tanto a basarsi sullo spazio, se lo spazio che si poteva effettivamente misurare era ancora quello della geometria greca, quello di un orticello, quello di una capanna? Una cosa è certa: con Einstein, ancora una volta il cosmo diventa una cosa perfettamente misurabile. Egli cancellando Parmenide cercava anche di esorcizzare il fantasma di un tempo che tutto crea e tutto inghiotte, che tutto consuma e che tutto rende insicuro.

Se con Cantor la matematica viene trasformata in una cosa astratta, un semplice gioco dello spirito svincolato dall'empirismo e dall'assillo della misurazione, il problema allora non è più quello della misurabilità di uno spazio a tre dimensioni, ma quello di introdurre una logica delle funzioni, dove la funzione è proprio quello che sfugge alla facoltà, o alla padronanza. In questo contesto noi avanziamo l'idea che tra la funzione di zero e la funzione di uno ci sia un punto temporale che chiamiamo funzione vuota, una funzione grazie a cui la serie risulta interminabile. Se come abbiamo detto non c'è più consumatore, perché il tempo non passa e non scorre, può succedere però che dopo tante ore di tv, la famiglia media italiana, più che consumatrice è consumata, anzi è consunta. Per cercare di dare un contributo alla soluzione di questo problema, proprio a partire dalla serie, nel nostro prossimo articolo spieghiamo come dalla teoria della spirale procedano sia la serie, appunto, ma anche il superfluo: le due costanti dell'economia della pace e dell'appagamento.

 

(Enrico Ratti)

 

 

Aforismi milanesi 19

 

Un istante d'eternità.

Come ho spiegato nei miei precedenti articoli, la prima constatazione dell'applicazione dell'equilibrio di Nash ad uno spazio politico transnazionale come l'Unione Europea (dove tra l'altro si annuncia l'avvento di un nuovo capitalismo economico basato sull'economia globale delle reti) procede dall'instaurazione, nella logica binaria, del concetto di infinito. Successivamente ho enunciato come l'infinito attuale sia quella struttura del fare dove il tempo non è più circolare e non è più relativo (come quello che va da Euclide a  Einstein), ma è un istante d'eternità. Ebbene se il tempo è un istante d'eternità o una astrazione assoluta, allora lo spazio non è più un universo descrivibile come un tutto, non è più, cioè, una dimensione misurabile da stringhe contabili finite e lineari, ma è una breccia tra due mondi prossimi e lontani. Questa superficie illimitatamente densa di punti simultaneamente vicini e distanti, dove il punto di partenza e il punto di arrivo non coincidono mai, si chiama spirale. Naturalmente se si vive secondo la logica della spirale la questione è quella di avere a che fare con un altro tempo e con universi adiacenti. Inoltre, in certi modelli cosmologici, il tempo è di ordine omega volte omega e in questo modo si soddisfa l'esigenza del tempo transfinito superando gli ordinali oltre il limite. E questo avviene volando, per esempio, nella singolarità di un buco nero rotante in modo elicoidale e balzandone fuori di nuovo. E' noto che con la realtà virtuale, l'intelligenza artificiale e i videogiochi di ultima generazione le persone accettano l'esistenza di tali infiniti fisici universali. Naturalmente, in questo contesto, il principio di ragione sufficiente, che si fonda sul conformismo dei punti di vista scientifici, non è più valido perché, anzitutto, il punto non è di vista ma è vuoto, dunque non misurabile, e poi perché l'universo trattato come un tutto si basa ancora su quella piccola comunità medico-filosofica greca che a partire dal principio di identità, di non contraddizione e del terzo escluso (che è il principio di selezione) ha imposto la sua visione del mondo a tutto l'Occidente. E' lecito, quindi, chiedersi: che universo era quello prima di Euclide? In breve: se, come dicevano i sofisti, le cose sono inconciliabili perché procedono dal due secondo la loro aritmetica, la loro logica e il loro numero, l'universo, allora, non è uno spazio finito ma procede per integrazione e il tempo inteso come durata, o come idea di padronanza sull'origine e sulla fine, non c’è più. E noi, oggi, con la rivoluzione del software, della comunicazione e della telematica abbiamo dinanzi l'avvenire. E se l'avvenire non è più configurabile come un'algebra o come una geometria, perché le nuove tecnologie comunicative sono cibernetiche e non lineari e i flussi di scambi di informazione sono interminabili, allora noi stiamo vivendo in un nuovo universo, per dir così, adiacente. In questo nuovo contesto tecnologico costituito da architetture reticolari, il viandante virtuale è collegato a tutti i computer e a tutte le memorie della città planetaria e il brainworker, il maestro di labirinti, è una guida e un custode che progetta servizi intellettuali indispensabili a realizzare percorsi di vita inauditi. La città planetaria, ovvero la globalizzazione, quindi, non può più essere circolare o lineare ma qualcosa che Leonardo da Vinci e poi Galileo Galilei incominciavano a chiamare spirale.

Ma perché questo simbolo che i filosofi illuministi  hanno tentato di esiliare dall'universo, oggi ritorna con tanta insistenza sia nella matematica che nella fisica? E da dove viene? Nei grandi libri della vita gli antichi scrivevano che l'ambiente in cui viviamo ha le caratteristiche della spirale sia per quanto riguarda lo spazio sia per quanto riguarda il tempo, sia per quanto riguarda il corpo, sia per quanto riguarda la scena o psiche. Ecco perché i disegni delle spirali si ritrovano nei luoghi più disparati della terra: dalla danza a spirali degli indiani Hopi in Arizona alle spirali di Altamira; dalla tripla spirale di Newgrange alle spirali fiammeggianti della Valcamonica e ai mandala tibetani, questi simboli sono la descrizione di un viaggio, ma sono anche la metafora della nascita, della pulsione di vita e, oggi, dell'elettronico, dello strutturale e della ricerca scientifica. Dal sistema neuronale alle reti planetarie di Internet, tutto è fatto a spirale e tutto si può riassumere in un viaggio attraverso un percorso labirintico. Insomma, la spirale disegna il modo rinascimentale e ingegnoso con cui il corpo inizia il suo viaggio verso la cifra, verso il capitale intellettuale. Da questa idea di viaggio sorge anche l'Unione Europea: un'istituzione in cammino che non si fonda sul governo del territorio, ma è caratterizzata dal ciberspazio, da un'etica ispirata al diritto dell'Altro e da un processo di discussione e trattativa con infiniti attori connessi alla rete come in un club globale. Un club che opera all'interno di un grande sistema economico dove non c’è concorrenza ma cooperazione e solidarietà perché ogni rete è una famiglia. I soldi, poi, si fanno producendo sapere e cultura, mettendo in comune i rischi e spartendo i risparmi. E questo lo dico perché, secondo me, non basta accedere a Internet, ma occorre che ci siano anche formazione e cultura. Infatti può succedere che una persona inizi a navigare in Internet e, paradossalmente, non sia in grado di attingere alle informazioni perché non ne ha i mezzi culturali e scientifici. E questo divario è da superare anche fra il cosiddetto terzo mondo e il mondo occidentale. In questo contesto avanzo l’ipotesi che la bottega telematica del terzo millennio sia caratterizzata da un forte valore culturale, scientifico e di formazione in grado di fornire servizi intellettuali all'impresa, all'industria e alla società.

Nel mio precedente articolo scrivevo che dalla spirale procedono sia la serie (series, da cui servizio) che il superfluo: le due costanti dell'economia della pace (quella della rete senza più consumismo) e dell'appagamento. Oggi, a partire dal teorema della spirale, ho iniziato a formulare lo statuto dell'imprenditore culturale, del lavoratore di cervello. Un lavoratore in grado di fornire servizi intellettuali all’impresa: sia a quella comunemente intesa, sia a quella artistica e culturale.

 

(Enrico Ratti)

 

 

Aforismi milanesi 20

 

Il valore assoluto.

Ciò che nei miei precedenti articoli ho considerato solo come un preambolo all'economia dell'appagamento (una nuova teoria economica agli antipodi da quella americana basata sulla crisi e sulla ripresa), si fonda sull'idea che l'Europa sia un nuovo modo di governo delle cose contrassegnato dalla pace, dall'apertura intellettuale, dall'accoglienza, dalla rivoluzione del software, dalla digitalizzazione dei media e dai flussi di informazione del wireless: le caratteristiche stesse di quella che ho chiamato la bottega telematica del terzo millennio. Una bottega da cui ho fatto procedere sia la solidarietà come dispositivo di cooperazione sia il patto di lealtà come dispositivo di equilibrio e, quindi, di riuscita. Successivamente ho avanzato l'idea che entrambi questi dispositivi siano intersecati dall'infinito attuale. Un’idea del tempo che a partire dalla teoria degli insiemi di George Cantor e dalla teoria dell'equilibrio di John Nash caratterizza, anche, le istituzioni dell'Unione Europea. Istituzioni che si costituiscono non a partire dal ricordo della paura della grande inflazione tedesca del 1923, né dalla paura di essere invasi dai prodotti dei Paesi emergenti né, tantomeno, dalla paura dell'immigrazione o dalla paura della crisi economica iniziata nel 2007 negli Stati Uniti, ma a partire dal mito della navigazione: un mito ripreso e rilanciato da Cristoforo Colombo con la scoperta dell'America e che oggi, con la rivoluzione del software, trova la sua qualificazione in un ciberspazio europeo non più legato al territorio ma alla Rete. E' dunque a partire dal mito della navigazione e del viaggio, ma anche da Internet e dalla città planetaria, che si costituisce la nuova Europa e non come hanno teorizzato Jurgen Habermas e Jaques Derrida dalla reviviscenza dell'idea di impero fondata sull’etnia illuminista franco-tedesca. Un’etnia che si è sempre opposta sia alle radici cristiane del mediterraneo che al ragionamento rinascimentale strutturato dall'infinito in atto. In questo nuovo contesto l'Italia è l'Europa, perché l'Italia ha l'esperienza culturale e la capacità intellettuale necessarie per trasmettere il vero messaggio europeo che è un'istanza di qualità connessa alla questione narrativa. Una narrazione caratterizzata dalla lingua, dal numero e dal ragionamento rinascimentale che, tra l'altro, è stato la condizione necessaria per la nascita e lo sviluppo del ceto medio. Un ceto medio che ha inaugurato quella nuova idea di stato e di cittadino dove i poveri, con i loro mestieri assolutamente indipendenti dal quattrino del principe, avevano la chance di diventare ricchi e di mettersi in gioco anche politicamente. Insomma se l'Italia è un'istanza di qualità senza luogo, perché diffusa in tutto il pianeta, anche l'Europa non è più riducibile ad una questione geografica, ma è quel ciberspazio che oggi ha l'occasione di trovare sbocco nel Pacifico e verso quella ricchezza enorme che si chiama Cina. Come affrontare questa opportunità è una questione legata all'invenzione e al rischio: i due modi dell'ingegno che a partire dall'infinito in atto contrassegnano sia la bottega telematica del terzo millennio, sia l'economia dell'appagamento e della pace. E, proprio a partire dall'infinito in atto, nel mio precedente articolo mi domandavo quale universo fosse quello prima di Euclide. E questa domanda me la ponevo perché il numero, il ragionamento, ossia la serie come numerazione, con Pitagora e con i sofisti è duale. Ma se il numero è duale allora i conti non tornano mai, quindi l'universo non può essere trattato come quel tutto che, da Euclide a Einstein, deve mettersi al servizio dell'unità: una trovata filosofica per economizzare lo sbaglio di conto e il dispendio intellettuale, ovvero per economizzare proprio quel lavoro infinito che le cose fanno per approdare alla loro qualificazione e al loro valore assoluto. Alla luce di queste riflessioni allora mi chiedo:   che cosa constata Parmenide? Parmenide constata l'inconciliabilità del due, ovvero la sua non sottomissione all’unità. Se l'uno di Parmenide procede, quindi, dal due, dall’inconciliabile, ciò significa che la sua procedura non è contraddistinta dalla quantità ma dalla qualità, ovvero dall'infinito in atto. In questo contesto l'uno di Parmenide è assolutamente agli antipodi da quell'uno di Platone che si divide in due, fino a formare quella piramide che è la rappresentazione geometrica pura dell'ordine ideale cosmico, alla cui sommità c’è il principe filosofo. Un ordine che si è sempre opposto al viaggio, al viandante, allo straniero, all' Altro, alla sorpresa, al paradosso, al fare, al libero arbitrio, al rischio d'impresa e al pragma. Ben lungi dall’idea platonica di padronanza universale sulle cose, le idee e gli uomini, anche Lucrezio inizia ad avanzare l'idea che l'infinito attuale sia una proprietà del fare e del viaggio: una proprietà che procede da una superficie aperta, la spirale, dove nulla è precluso e dove il tempo è la struttura della fabrica, ovvero della favola, insomma della narrazione e del ragionamento. Ebbene, se il tempo è nel fare e non finisce, allora la sua proprietà è l'eternità e non già la durata che presuppone la gestione del tempo a partire dalla sua elusione. Agli antipodi da questo concetto di padronanza sul tempo e sulle cose, nel mio precedente articolo ho iniziato a proporre un primo approccio alla definizione dello statuto dell'imprenditore,  che è quello del servizio intellettuale. Un servizio che a partire dall'infinito in atto, dalla serie come innumerazione, giunge a dissipare l'idea di consumismo su cui si basa l'economia di mercato così come la conosciamo noi oggi. Infatti, un conto è stabilire che le cose possono essere consumate perché sono sottoposte al concetto di durata, e un altro conto è stabilire che le cose sono eterne perché sono contrassegnate dalla qualità. Ma affinché le cose si qualifichino secondo il loro modo e secondo la loro cifra occorre il servizio e il servizio esige il capitale intellettuale ovvero la qualità intellettuale. Ebbene se nessuno sa, preliminarmente, quale sia la direzione del viaggio della propria vita e della propria impresa, allora il servizio diviene qualità solo quando il dispositivo di direzione e di regia si è instaurato: instaurare questo dispositivo direttivo è il compito del maestro di bottega, del brainworker, che rischia e scommette, in modo assolutamente arbitrario e senza precedenti, in direzione del capitale intellettuale e del valore assoluto del progetto di vita. Da questa arbitrarietà originaria procede anche l'apertura e il modo del due che gli antichi chiamavano dono o prestito. Come restituire in qualità questo dono o prestito è una questione che attiene al superfluo, ovvero all'inconsumabile: l'altra costante dell'economia dell'appagamento.

 

(Enrico Ratti)

 

 

Aforismi milanesi 21

 

Economia dell'appagamento.

E' noto che molte persone pensano il tempo a partire dalla sua contabilità e dunque dalla sua durata, ovvero dalla sua economia, insomma dal modo più spiccio di risparmiarsi soprattutto quando è in gioco il lavoro. Altre persone, invece, si fanno seguaci del tempo e, quindi, lavorando non si risparmiano ma investono incessantemente in direzione della qualità e del miglioramento di se stesse e delle condizioni di vita degli altri. E' lecito quindi chiedersi: che differenza passa tra una persona che si risparmia credendo di padroneggiare il tempo e una persona che si fa emula del tempo e che, di conseguenza, è assolutamente differente da se stessa e distaccata dalla sua mentalità, dalle sue superstizioni e dai suoi tic? Nel primo caso la vita può essere intesa come un viaggio infernale, nel secondo caso la vita può essere considerata a partire dall'idea di approdare alla qualità. Ebbene, quando un individuo si fa emulo del tempo e di conseguenza acquisisce anche la consapevolezza che il suo viaggio fa parte di un progetto infinito, si assume anche la responsabilità di attuare delle scelte arbitrarie e non previste da nessun schema già dato a priori. In questo contesto non è il successo che rende felici, ma è la libertà di inventare dispositivi pragmatici di  qualità a rendere felici. Se quanto ho appena esposto risponde a verità ne consegue, anche, che il consumismo non porta alla felicità ma è un'idea di società basata su bisogni artificiali e assolutamente fasulli. Consapevole di questa devastazione culturale indotta dall'economia consumistica, e per cercare di dare un contributo all'avanzamento civile e intellettuale della società in cui viviamo ho, allora, sentito l'esigenza di abbozzare un nuovo modello economico che ho chiamato economia dell'appagamento. Una nuova economia che a partire dai principi base del capitalismo di matrice rinascimentale (principi avviati a partire dalla costituzione del ceto medio), propone nuove regole etiche capaci di rinnovare il concetto di capitalismo così com'è stato elaborato da Max Weber in poi. A mio avviso, quindi, è proprio da qui che procede quella che più volte abbiamo chiamato la pace planetaria: una nuova condizione umana dove ciascuno indipendentemente dal suo statuto sociale, dal colore della pelle o dalle ricchezze che possiede ha l'occasione di diventare dispositivo di forza, dispositivo di battaglia, dispositivo economico, dispositivo finanziario, dispositivo di qualità.

Se questi sono gli assi da cui ho fatto procedere l'economia dell'appagamento e le sue due costanti (il servizio intellettuale e il superfluo) come, allora, poter applicare concretamente questa nuova teoria economica alla realtà? Per poterla applicare occorre allora  sostituire al vecchio modello economico competitivo e carrieristico, tipico dell'economia del consumismo, la bottega telematica del terzo millennio: un nuovo dispositivo produttivo dove il brainworker è colui che fornisce servizi intellettuali capaci di ridisegnare in modo radicale e netto il lavoro , la formazione e la ricerca.   In questo contesto l'economia dell'appagamento non vuole proporre soluzioni economiche alla disoccupazione, all'aumento del Pil o alle relazioni tra banche e imprese, ma propone dispositivi culturali e sociali che non hanno precedenti nelle teorie economiche contemporanee, perché procedono da una visione, per dir così, olistica della società.

Insomma, l'economia dell'appagamento è anche e soprattutto un nuovo progetto di società che a partire dall'infinito in atto, dalla ridefinizione delle attività culturali e produttive e dalla reinvenzione delle relazioni tra pubblico e privato, approda alle nuove tecnologie della società dell'informazione su cui poggiano, tra l'altro, anche le istituzioni dell'Unione Europea. Ebbene, a mio avviso, questo nuovo modo di intendere le relazioni tra impresa, lavoro, cultura e comunicazione, produce utili perché riduce la conflittualità e il controllo e, quindi, anche tutti i costi relativi alla loro gestione. Inoltre, affinché la bottega telematica, come nuovo dispositivo di riuscita, si affermi sempre più occorre partire da una nuova idea di  società. Una società fondata su principi come la solidarietà, la cooperazione, l'accoglienza, la lealtà e la tolleranza.

 

(Enrico Ratti)

 

 

Aforismi milanesi 22

 

Il giardino del tempo.

La prima legge a cui è approdata l'economia dell'appagamento è quella che stabilisce l'impossibilità di considerare il tempo a partire dalla sua misurabilità e dalla sua contabilità, perché misurare e contabilizzare il tempo sono due concetti che procedono dalla sua fine, ovvero dall'idea che il tempo, nella sua procedura, sia scandito da un'origine, una durata e una fine. Un'idea su cui poggia quella fantasia di padronanza assoluta sulle idee, le cose e gli uomini che, a partire da Platone e da Aristotele, ha contribuito a formare il successo del discorso occidentale. Un discorso che si sorregge sul principio di selezione naturale e sociale, sul principio di non contraddizione e sul principio di identità e che, nella sua sistematizzazione, contraddistingue, soprattutto oggi, l'economia del consumismo. Un'economia su cui poggia  l'idea di impero che dopo la fine della guerra fredda, la terza guerra mondiale, ha trovato la sua apoteosi nell'ideologia americana e nella consacrazione del benessere e del profitto a tutti i costi.

Ma se, come abbiamo stabilito, il tempo non ha origine, durata e fine (Newton, Leibniz e Einstein sostenevano, invece, il contrario), allora è assurdo presupporre che l'universo intero debba uniformarsi a quel principio di ragione sufficiente, formulato da Leibniz, da cui procede il principio di contabilità del tempo: un principio ben rappresentato, per esempio, dagli orologi sincronizzati di Einstein. Ecco perché abbiamo insistito più volte sul fatto che il tempo e il fare come quantità sono incontabili e, quindi, impossibili da relativizzare, ovvero dall'immaginarli a partire dalla loro fine. Infatti, come sostenevano nel rinascimento, la quantità non si instaura senza le due proprietà del tempo che sono l'infinito e l'eternità e interviene, tra l'altro, solo facendo. E questo lo diciamo perché la costruzione che viene fantasticata dal discorso occidentale è una costruzione che si basa sull'idea di fine, ovvero sull'idea che solo ciò che finisce significa e piace. Ma se ciò che finisce significa e piace allora anche la quantità può intervenire non in modo pragmatico, ma ideale. Utopico, cioè. Lo ripetiamo: la quantità interviene solo facendo. Ma solo attraverso un processo intellettuale diviene qualità industriale, dunque temporale, quindi insostanziale e inconsumabile, insomma incontabilizzabile perché assolutamente dispendiosa. Da questo dispendio procede l’auctoritas  ovvero il modo di fare quello che occorre anziché quello che piace. Insomma, fare secondo l'occorrenza è l'unico modo per giungere all’auctoritas, all’aumento, alla crescita che, in altri termini, è l'approdo al paradiso, a quel giardino (nel persiano antico paradiso equivale a giardino) dove i frutti e il profitto sorgono con il superfluo, ovvero con la fluenza e il flusso del tempo: l'altra costante dell'economia dell'appagamento. E questo lo diciamo perché fin dall'antichità il giardino era considerato un'impresa, un orto recintato che dava frutti o un terreno su cui si lavorava e si investiva. Dal giardino procedono, quindi, sia l'artificio, l'arte del fare, che l'investimento, ma anche il contratto, la scrittura, la finanza e la vendita, insomma il pragma e l'assenza di delega. Se questa è la processione che le cose fanno verso quel valore assoluto che è il superfluo (il frutto di qualità di un processo manuale e intellettuale caratterizzato dalla fluenza del tempo), allora il fare non può prescindere dall'idea che il paradiso sia quel terreno dell'Altro contraddistinto dall'umiltà, dall'indulgenza e dalla generosità. Nessuna humanitas può dunque instaurarsi se non nel paradiso dove l'humus, il terreno del diritto dell'Altro, è la proprietà di quel giardino dove l’imprenditore economico, artistico e culturale è colui che si fa emulo del tempo.

Alla luce di queste considerazioni quale impresa, quindi, si può stabilire senza questo paradiso? E senza il brainworker? Se, come abbiamo più volte sottolineato il brainworker è il cervello dell'impresa, quindi il cervello della finanza e della comunicazione diplomatica, allora il brainworker è colui che anziché vedere e prevedere le possibili oscillazioni, i cicli e la durata dell'impresa redige ipotesi di business, ipotesi di vendita e di acquisto, ipotesi di cash-flow o flussi di cassa. Insomma, per iniziare a introdurre la restituzione in qualità dell'idea di impresa e la sua sopravvalutazione culturale occorre che l'impresa non sia considerata sulla base della fine del tempo, ma a partire dalla redazione di un'ipotesi pragmatica. E di avvenire. Un'ipotesi che in quanto pragmatica è anche scritturale, ovvero assolutamente superflua perché ha la sua condizione nello statuto intellettuale del brainworker, nella battaglia narrativa e nell'assemblea della bottega telematica del terzo millennio.

Con la definizione delle due costanti dell'economia dell'appagamento (il servizio intellettuale e il superfluo) inizia, quindi, a proporsi e a formularsi anche l’esigenza di un rinnovamento culturale dell’economia. Un’economia da cui  ho fatto  procedere sia la solidarietà come dispositivo di cooperazione, sia il patto di lealtà come dispositivo di equilibrio. Due dispositivi che, tra l'altro, caratterizzano anche le istituzioni dell'Unione Europea: un nuovo network politico e commerciale che con l'avvento della globalizzazione, non solo comporta il federalismo e, quindi, il regionalismo, ma anche che il patrimonio imprenditoriale, artistico, culturale e ambientale dell'Italia entri in quel nuovo ciberspazio economico caratterizzato dalla Rete.

 

(Enrico Ratti)

 

 

Aforismi milanesi 23

 

Elogio dell'isteria.

Per Aristotele la donna deve essere sempre protetta, inferiore e incapace e mai assunta nel cielo della parola. Con il Cristianesimo sorge, invece, l'isteria e il discorso occidentale (il discorso della padronanza sulle idee, le cose, il mondo), travolto da un corpo femminile che gioca la sua parte tra lo schermo e lo scherno, non sta più in piedi, ossia non può più fare dell'androgino un principio.

E allora bisogna rileggere Leonardo, Boccaccio, Ariosto, Aretino, Leon Battista Alberti e Sant'Agostino per capire come la donna, per questi autori, intervenga in modo ironico a cancellare la genealogia e cioè l'idea che ogni uomo è mortale. Contro questa ironia, contro questa differenza insormontabile, contro questa misoginia originaria che non offende la donna ma che l'esalta, si frappone la donna debole, incapace e indifesa che, come la donna di denari, diventa la donna oggetto, la donna fallo, la donna fallace. Ma la questione donna come questione dell'arte e della cultura, come questione dell'anonimato del nome e dell'enigma della differenza sessuale può trovarsi invischiata in tutto ciò? Può, cioè, abboccare a questa apoteosi del discorso occidentale che, tra l’altro, prende a pretesto la clonazione di Eva (la madre non vergine) per rivolgere tutto il suo disprezzo e tutta la sua esecrazione contro le donne? In definitiva Penelope, Circe, Giocasta, Medea, Cassandra, Giovanna d'Arco, Salomè, Giuditta, Didone e Cleopatra con le loro rispettive parabole, ci narrano come l'impresa di vita, senza il mito della vergine madre, è soggetto ad alti e bassi, all'euforia e alla disforia, alla curva che sempre deve diventare piana fino a farsi linea, fino a farsi encefalogramma piatto senza più tempo e ritmo.

 

Primo abbozzo per un Inno a Maria.

Grazie a te, vergine madre, il cielo si é aperto e il paradiso si é squarciato. Un paradiso non più terrestre, dove l'albero dai frutti proibiti non è più segno della dannazione, della sostanza da consumare e della morte ma è l’indice della vita, dell'apertura, dell’ironia e del tempo infinito.

Intanto, lungo il muro del suono, già s'appressa l'automa ad annunciarci come la città possa vivere, ormai, senza più paura.

 

(Enrico Ratti)

 

 

Aforismi milanesi 24

 

La dottrina della sofferenza.

Vi siete mai chiesti che cos'è la sofferenza e come viene percepita in un contesto planetario tecnologicamente avanzatissimo come il nostro dove, però, a prevalere è l'ideologia del male, del negativo e della morte? Ebbene, in una società altamente tecnologizzata ma ancora superstiziosa, provinciale e conformista come è, per esempio, quella italiana a volte può succedere di attraversare dei brutti momenti, di perdere l'orientamento, di sentirsi disperati, abbandonati da Dio, traditi dagli amici, umiliati dalle donne, derisi dai colleghi o scacciati dal proprio posto di lavoro. Ecco allora sorgere la sofferenza come idea del limite, come idea della malattia, come idea del mancato conformismo, del mancato adattamento, della mancata socializzazione o della mancata normalità.

E così l'ordine delle cose può apparire insopportabile, ingiusta l'imposizione delle regole della nuova società planetaria fondata sull'armonia universale e orrenda la scansione tecnoscientifica del tempo che divora Dio, gli umani e la vita. Solo, sperduto ed ebbro d'odio e di rancore verso un mondo che lo rifiuta e lo sbeffeggia, il soggetto sofferente, l'abitante dell'umanaio globale, si addentra così in una dimensione senza lati né tempo dove l'incapacità di cercare una strada diversa, per capire che cosa c'è che non va, si tramuta in angoscia, paura, chiusura e paralisi.

Insomma, in una società fortemente ideologizzata come quella italiana, la sofferenza diventa il modo per acquisire la coscienza dei propri limiti, per situarsi nella scienza comune (co-scienza) o nel sapere comune: un sapere che mira a rendere sopportabile e accettabile il male, il negativo e la morte. E allora la sofferenza, ma anche il masochismo morale, il sacrificio mentale e la coscienza del lutto e del dolore diventano, dunque, il contrario del disagio. Infatti il disagio è il modo con cui si annuncia quel bisogno di cambiamento che spinge l'individuo lungo una ricerca che va dall'inaccettazione intellettuale della morte come segno della predestinazione negativa, all'instaurazione di un itinerario di qualità e di eccellenza. In altri termini: non arrendersi ad un destino già assegnato è questione di logica della parola, di logica e di industria della parola, ma anche di itinerario artistico e culturale.

La sofferenza, come problema di coscienza, è dunque il contrario dell'articolazione di un itinerario di qualità perché è il tributo che il soggetto paga alla presunta padronanza e conoscenza di se stesso, ma è anche il dazio che paga alla gestione della morte e all'economia del tempo.

 

Poetica del dolore.

Se del dolore non c'è sentimento ma cognizione e ricognizione linguistica, allora la sua struttura è essenzialmente poetica e non ha nessun riferimento alla morte. Ma cosa enuncia, dunque, il dolore quando, per esempio, si qualifica come coscienza del dolore? In questo caso il dolore viene localizzato e il suo destino è quello di diventare la percezione sicura, certa e misurabile del male e del negativo. Ma questo non è più dolore perché la coscienza lo ha pietrificato nel discorso comune e lo ha fatto diventare la base e la condizione del masochismo soggettivo. Avulso dalla coscienza il dolore risulta, invece, immisurabile proprio come risulta immisurabile l'istante che, per l'appunto, non è spazializzabile ma, soprattutto, non è nemmeno un'entità. Ma cosa enuncia, allora, il dolore? Radicalmente: nel dolore si tratta propriamente di ciò che nella poetica viene definito come catastrofe, sovvertimento, novità. Ma il dolore è anche l'indice di una svolta logica che travolge, cambia e rivoluziona la vita dissipando l'indolenza (dolentia, indolentia). In questo senso il dolore non è riconducibile al dolore d'organo, ma è un dolore che situa la trasformazione radicale di un individuo in direzione della qualità. A questo proposito l'atto di Cristo introduce un'altra nozione di dolore, e Iacopone da Todi può scrivere il bellissimo Stabat Mater:

Stabat mater dolorosa

Iuxta crucem lacrimosa

Dum pendebat Filius ...

E così il dolore della madre annuncia il figlio come immortale rivolto com'è al credito, all'eccellenza e alla gloria che ha presso il padre.

 

Estetica e anestetica.

Un tempo, a Milano, conoscevo un tipo che ogni qual volta era costretto ad andare dal dentista, ancora prima di sapere se ci sarebbe stato dolore, voleva l'anestesia. E la paura era tale che certe volte l'anestesia, su di lui, non faceva effetto alcuno. Insomma la sua coscienza del dolore era come se prescindesse da qualsiasi anestesia possibile. Un giorno, celiando, gli consigliai di smetterla con la coscienza del dolore e di avviare una ricerca intorno alla coscienza del colore che, ne ero certo, l'avrebbe portato dall'anestetica all'invenzione di una nuova estetica. Quel tipo non mi diede ascolto e oggi non mi saluta più, preso com'è nella sua logica del dente perdente.

 

(Enrico Ratti)

 

 

 

Aforismi milanesi 25

 

Che cosa c'è nel bosco?

Perché si raccontano le fiabe ai bambini? E che messaggio viene dalle fiabe? E poi, come leggere, come raccontare e perché raccontare una fiaba? Ebbene per cercare di dare una risposta a queste domande occorre, anzitutto, notare come la fiaba metta in rilievo l'importanza del racconto, e là dove c'è racconto, là dove c'è parola, c'è anche transfert. Occorre allora domandarsi: che cosa avviene quando s'instaura il transfert? In estrema sintesi: il transfert è l'itinerario della parola che trova la sua qualificazione nella specificità dell'esperienza e raccontare una fiaba è anzitutto un'esperienza. E questa esperienza è un'esperienza particolarissima perché permette di articolare, di identificare e di dissolvere tutte quelle fantasie che ruotano intorno all'abbandono, al fantasma di morte e al fantasma di assassinio. A questo punto ritengo essenziale precisare alcune cose intorno alla nozione di transfert che Sigmund Freud ha introdotto a proposito della psicanalisi.

Subito è necessario dissipare l'idea che il transfert sia solo un rapporto esclusivo tra lo psicanalista e chi fa l'analisi o un mezzo di trasporto per veicolare un sapere da una persona a un'altra persona. Insomma il transfert non ha niente a che fare con il rapporto perché, per esempio, se si trasforma in rapporto sociale, o nella coppia maestro-allievo fondata sulla logica dell'interrogazione e della risposta, allora il racconto, come l'analisi, s'interrompe. Infatti quale bisogno ci sarebbe di riprodurre un'altra volta il rapporto sociale che esiste anche e malgrado le fiabe, le saghe e la psicanalisi? Sarebbe una sorta di doppione. Ebbene credere di riprodurre una cosa che c'è già è una perdita di tempo perché una delle caratteristiche fondamentali del transfert è quella di svolgersi con modi, acquisizioni ed elaborazioni sempre nuove ed inedite. In altri termini: lungo lo svolgimento del transfert, o lungo il racconto di una fiaba, o durante la realizzazione di un progetto di studio, di ricerca o di vita qualcosa accade per la prima volta e, accadendo per la prima volta, esige che la famiglia, la scuola e l'impresa (i dispositivi di vita) lo qualifichino e lo valorizzino fino a farlo diventare capitale intellettuale. Questa è la questione assoluta perché, in definitiva, non c'è vita senza capitale intellettuale! Nella struttura artificiale del sapere il transfert, dunque, non ha nulla di naturale e nulla di convenzionale o di disciplinare perché riguarda l'indagine, la ricerca, l'elaborazione, il lavoro onirico, il lavoro del lutto, la differenza e la variazione che ciascuno, liberamente, elabora intorno alla sua vita. Il transfert, quindi, è l'itinerario della parola originaria (scientifica, rivoluzionaria e libera per elezione) di cui nulla è dato sapere prima che avvenga. Ma questo è proprio ciò che l'antropologo, il sociologo, il sessuologo, lo psicologo e il pedagogo (gli addetti alla cura e allo sviluppo di un modello famigliare, sociale ed educativo oggi in piena crisi) non mandano giù, presi come sono nel loro sapere garantito dal catalogo dei mali universali.

Ma allora che tipo di famiglia è quella contemporanea dove il padre, più che un padre è un amicone, un fratello maggiore, un papà debole e senza autorità, un papà, per dir così, dal cuore sempre macerato dalle lacrime e dai lamenti? E in assenza di transfert, di parola originaria, di novità e di qualificazione che idea possono avere i figli della famiglia come effetto del fare e del pragma? Nel migliore dei casi possono avere la fantasia di localizzare l'origine e cioè di credersi generati, discendenti, eredi o figli di... Ma nulla è più insopportabile di un'origine localizzata (la famiglia naturale, l'albero genealogico, la legge del sangue), perché chi localizza l'origine si fa segno di quell'origine e, facendosi segno, si condanna alla predestinazione che, com'è noto, è la via più facile per aderire al fantasma di morte. Però può anche succedere che i figli di un papà debole abbiano tutta una serie di fantasie intorno alla vita facile, alla vita comoda e al benessere e allora se la madre, per esempio, ha la sventura di frapporsi alla realizzazione di queste fantasie, la via più breve per realizzarle è quella di farla fuori, magari massacrandola di coltellate. In questo modo un papà debole "autorizza" il matricidio, lo rende cioè possibile e se ne fa complice. Se il matricidio è poi compiuto da una fanciulla, il gesto è sempre rivolto a realizzare l'incesto con un papà che lascia fare qualunque cosa, con un papà senza autorità, con un papà che gioca a fare il morto. Ma allora che cosa c'è nel bosco? Nel prossimo articolo risponderò a questa domanda commentando la fiaba di Hänsel e Gretel dei fratelli Grimm: una fiaba che costituisce un pretesto per attraversare tutte quelle credenze e fantasie che ruotano intorno all'infanticidio, alle streghe, ai diavoli incubi e succubi e all'animalità della famiglia naturale appena abbozzate in queste brevi notazioni. 

 

Hänsel e Gretel

I fratelli Jacob e Wilhelm Grimm vissero in Germania a cavallo tra il ‘700 e l'‘800. Essi sono gli autori della notissima fiaba di Hänsel e Gretel. Una fiaba che è anche un ossimoro perché enuncia in modo radicale e netto la differenza tra il dispositivo di vita, pragmatico e inventivo, messo in atto da Hänsel e la fantasia di matricidio e di incesto a cui aderisce Gretel. Per dare una direzione a questa ipotesi di lettura commenterò alcuni brani della fiaba di Hänsel e Gretel traendo il testo dalla raccolta curata da Italo Calvino e pubblicata da Einaudi.

Davanti a un gran bosco - ecco, subito il bosco perché, in effetti, siamo in Germania e in Germania, com'è noto, a prevalere sono i boschi selvaggi più che i giardini dell'arte e dell'invenzione - abitava un povero taglialegna, con sua moglie e i suoi due bambini. Il maschietto si chiamava Hänsel e la bambina Gretel - quindi Giovannino e Margherita.- Egli aveva poco da mettere sotto i denti e, quando ci fu nel paese una grave carestia, non poteva neanche più procurarsi il pane tutti i giorni. Una sera che i pensieri non gli davano requie ed egli si voltolava inquieto nel letto, disse sospirando alla moglie: "Che sarà di noi? Come potremo nutrire i nostri poveri bambini, che non abbiamo nulla neanche per noi?"

"Senti marito mio - rispose la donna - domattina all'alba li condurremo nel più folto della foresta, accendiamo loro un fuoco e diamo a ciascuno un pezzetto di pane, poi andiamo al lavoro e li lasciamo soli. I bambini non ritrovano più la strada per tornare a casa, e ne siamo sbarazzati." - Ma brava signora!!! In assenza di dispositivo intellettuale, in cui le difficoltà possano trovare un'altra disposizione, un altro statuto, tu prendi la via più facile e credi di sbarazzarti dei bambini abbandonandoli nel bosco.- "No moglie mia - disse l'uomo - questo non lo faccio. Le bestie feroci verrebbero subito a sbranarli.- Ecco, dunque, che cosa c'è nel bosco, le bestie feroci e la scena terrificante! E questo succede perché il taglialegna e sua moglie non stanno davanti alla città, ma davanti ad un bosco spaventoso, tetro e privo di avvenire. Infatti l'avvenire sta nella città dove le cose si fanno e dove l'arte e la cultura sono la base della vita, della città della vita senza più lingua dei litiganti e della polemica.

"Pazzo che non sei altro - diss'ella. - Allora dobbiamo morire di fame tutti e quattro? Non ti resta che piallare le assi per le bare! - Eh, ti pareva! Meglio che crepino i bambini così lei e il marito si possono salvare. - E non lo lasciò in pace finché egli acconsentì. "Ma quei poveri bambini mi fanno pietà" disse l'uomo. - Che uomo!!! Sulla questione capitale egli cede e ammette per i figli la morte. E, infatti, una delle caratteristiche del padre debole è proprio quella di lasciarsi andare, di ammettere qualunque cosa e di aderire al fantasma di morte.- Per la fame neppure i due bambini potevano dormire, e avevano udito quel che la matrigna diceva al padre. - Ma come, prima erano il taglialegna, sua moglie e i suoi due bambini e adesso, invece, scopriamo che la donna è "matrigna"? E poi: qui si tratta di ciò che dice la moglie al marito o di ciò che sentono i due bambini nell'altra stanza? E che cosa sentono? Sentono che i genitori si vogliono sbarazzare di loro. Ma ciò che dice la matrigna potrebbe anche essere una fantasia dei bambini intorno all'abbandono. 

Gretel piangeva amaramente e disse ad Hänsel: "Adesso per noi è finita". ”Zitta Gretel - disse Hänsel -, non affannarti, ci penserò io." E quando i vecchi si furono addormentati, si alzò, si mise la giacchettina, aprì l'uscio da basso e sgattaiolò fuori. Splendeva chiara la luna e i sassolini davanti alla casa rilucevano come monete nuove di zecca. Hänsel si chinò e ne ficcò nella taschina della giacca quanti poté farne entrare: poi tornò dentro e disse a Gretel: "Sta' di buon animo, cara sorellina, e dormi pure tranquilla. Dio non ci abbandonerà" e si mise a letto tranquillo." - Fantastico Hänsel tu mica ti lasci abbattere, non ti abbandoni all'idea di negativo e di morte che ha Gretel ma, anzi, ti attrezzi. Allora apri la porticina, esci all'aria aperta, sopra di te vedi la bianca luna e poi i sassolini rilucenti. E così, tranquillo, metti in atto un dispositivo dove Dio non ti abbandona perché, come operatore pragmatico, come operatore di fede, avvia un programma per la provvidenza.

Allo spuntar del giorno, ancor prima che sorgesse il sole, la donna andò a svegliare i due bambini: "Alzatevi poltroni, andiamo nel bosco a far legna". Poi diede a ciascuno un pezzetto di pane e disse: "Eccovi qualcosa per mezzogiorno, ma non mangiatelo prima, non avrete niente altro." Gretel mise il pane sotto il grembiule, perché Hänsel aveva in tasca le pietre, poi s'incamminarono tutti insieme verso il bosco. Quand'ebbero fatto un pezzetto di strada, Hänsel si fermò e si volse a guardare la casa: così fece più e più volte. Il padre disse: "Cosa stai a guardare? E perché rimani indietro? Su, muoviti."  "Ah, babbo - disse Hänsel - guardo il mio gattino bianco che è sul tetto e vuol dirmi addio." La donna disse: "Sciocco non è il tuo gatto, è il primo sole che brilla sul comignolo." - Severa e realista la signora, non vi pare? - Ma Hänsel non aveva guardato il gattino: aveva buttato ogni volta sulla strada un sassolino, uno dei sassolini lucidi che aveva in tasca. - Ecco, dunque, come Hänsel, preso tra la diplomazia e il pragma, attua il suo dispositivo di provvidenza.- Arrivati in mezzo al bosco, disse il padre: "Adesso raccogliete la legna, bambini. Voglio accendere un fuoco perché non geliate. Hänsel e Gretel raccolsero rami secchi e ne fecero un bel mucchietto. I rami furono accesi e, quando si levò alta la fiamma la donna disse: "Adesso mettetevi davanti al fuoco, bambini, e riparatevi, noi andiamo a spaccar legna nel bosco. Quando abbiamo finito torniamo a prendervi."

La fiaba racconta, poi, dei due bambini che a mezzogiorno mangiano il loro pezzetto di pane quindi, sopraffatti dalla stanchezza, si addormentano. Nel cuore della notte si svegliano e Hänsel che è uno che non si perde d'animo e non si abbandona al catastrofismo, prende la sorella per mano, segue le pietruzze che luccicano sotto la luna e fa ritorno a casa. Passano i giorni, il pane scarseggia di nuovo, e una notte i due bambini sentono di nuovo la matrigna dire al padre che se ne devono andare. E il padre debole, che sottostà alla matrigna, cede ancora: infatti chi accetta la morte una volta, l'accetta poi per sempre. Allora Hänsel cerca di mettere in atto il suo dispositivo di provvidenza però la donna, questa volta, non si fa fregare e chiude la porta con un grosso catenaccio. Hänsel, davanti a questa nuova difficoltà, non si perde d'animo e si industria per escogitarne una nuova. Quando il padre e la matrigna li riaccompagnano nel bosco, per abbandonarli una seconda volta, Hänsel sbriciola il pane che ha in tasca e ogni tanto si ferma per gettare una briciola in terra. Però i mille uccellini che volano nei campi e nei boschi, le beccano tutte e i due bambini finiscono per smarrirsi. Cammina cammina arrivano ad una casetta fatta di pane, coperta di focaccia e con le finestre di zucchero trasparente. La casetta è abitata da una buona vecchietta che si appoggia ad una gruccia. Quando la vecchietta vede i due bambini dondola la testa e dice: "Ah, cari bambini, chi vi ha portato qui? Entrate e rimanete con me, non vi succederà niente di male."  E così dicendo la vecchietta annuncia già quello che accadrà ai due bambini. Insomma nel bosco c'è una casetta da mangiare, una vecchietta gentile che attira i bambini, la dolce vita, il Nirvana e il paese di Bengodi. Tutto bene, dunque? Niente affatto perché anche i fratelli Grimm, loro malgrado, risentono dell'opera di Heinrich Institor e Jacob Sprenger, i due domenicani tedeschi, specialisti di San Tommaso, autori del Malleus maleficarum (pubblicato nel 1486-87) e rimasto per tre secoli il manuale della Santa Inquisizione. Ma allora in Germania, nel bosco, che cosa c'è?

 

La strega

Nell’articolo precedente abbiamo lasciato Hänsel e Gretel, i due bambini protagonisti della famosissima fiaba dei fratelli Grimm, in compagnia di una vecchia che si appoggiava a una gruccia. La vecchia li sfamò con latte, frittelle, miele e noci e dopo cena li mise a nanna: che bella vita, che dolce vita, ai due bambini, dopo tante traversie, pareva di vivere nel paese di Bengodi. Improvvisamente, però, la fiaba diventa terribile, diventa una fiaba del terrore, infatti: - La vecchia fingeva di essere benigna, ma era una cattiva strega, che insidiava i bambini e aveva costruito la casetta di pane soltanto per attirarli.- Ecco, dunque, cosa c'è nel bosco, in Germania: la strega, e chi se no?  - Quando un bambino cadeva nelle sue mani, l'uccideva, lo cucinava e se lo mangiava ... - Ma che modi! É così che si trattano i bambini? E che messaggio educativo è mai questo? - ... e per lei quello era un giorno di festa. - Briscola, ti pareva! - Le streghe hanno gli occhi rossi e la vista corta, ma hanno un fiuto finissimo come gli animali e sentono l'avvicinarsi di creature umane. - I fratelli Grimm, da bravi tedeschi, sì che se ne intendono di streghe! - E quando si avvicinarono Hänsel e Gretel ella rise malignamente e disse beffarda: "Sono in mio potere, non scappano più. - Poi la fiaba ci narra come, di buon mattino, la strega afferrò Hänsel con le sue manacce rinsecchite e lo rinchiuse in una stia. Subito dopo svegliò Gretel e le ordinò di cucinare i cibi più squisiti affinché il fratello ingrassasse a puntino: una volta ingrassato se lo sarebbe pappato in un sol boccone. - Ogni mattina la vecchia si trascinava fino alla stia e gridava: "Hänsel sporgi le dita, che senta se presto sarai grasso." Ma cosa vuole, in realtà, questa strega da Hänsel? Vuole veramente che il dito s'ingrassi? E poi: quale dito palpeggia la vecchia? E ancora: chissà che dito può essere quello che deve gonfiarsi, ingrossarsi e inturgidirsi in poco tempo.

 

La produzione di un sapere impossibile

Il Malleus Maleficarum  (Il martello delle streghe, il testo base della Santa Inquisizione scritto dai due domenicani tedeschi Heinrich Institor e Jacob Sprenger e pubblicato nel 1486-87), è un testo che fornisce una serie di elementi intorno al pregiudizio, mai del tutto sopito neppure oggi, che è riservato alle donne intese come indice della differenza sessuale, come indice di ciò che è escluso dai testi sacri della civiltà occidentale o dai testi del purismo universale. Orbene, nel Malleus Maleficarum, la strega come donna trae l'inquisitore verso un sapere da combattere perché ritenuto troppo legato all'infedeltà, all'ambizione e alla lussuria. L'inquisitore capisce che tra lui e la strega non c'è un sapere comune condivisibile, ma un sapere di cui non si sa nulla prima che avvenga come effetto di godimento. Ma allora di quale sapere si tratta nella strega? Evidentemente del sapere sul sesso, perché del corpo sessuale della strega l'inquisitore non ne sa nulla. In altri termini: l'inquisitore vuole capire se il godimento della donna sia vero o se sia un sofisma per burlarsi dell'uomo. E allora interroga la strega con il ferro e la purifica con il fuoco. Ma questo, paradossalmente, è anche il modo con cui l'inquisitore s'interroga sui suoi problemi sessuali, sulla sua potenza virile e, in definitiva, se sia in grado o no di soddisfare la strega. Preso dal dubbio ne brucia a milioni.

Insomma, per l'inquisitore, la strega sa del desiderio e sa del godimento del corpo. Sa! Ed è questo che la rende strega perché qualunque cosa dica viene interpretata come un sapere sul sesso femminile, e questo sapere supposto diabolico (perché non sottoponibile ad alcuna disciplina) è ritenuto il segno del male e della malattia. In questo senso il Malleus Maleficarum è il modello per eccellenza dei moderni manuali di psichiatria, di procedura penale e di tutti quei testi sessuofobi, puritani e punitivi che si pongono come rimedi alla produzione di un sapere impossibile.

 

Un assassinio autorizzato

A questo punto riprendo a commentare la famosa fiaba dei fratelli Grimm. Siccome Hänsel non ne voleva proprio sapere di ingrassare, la strega decise che era venuto il momento di mangiarselo comunque. Ordinò a Gretel di prendere il paiolo con l'acqua e di accendere il fuoco nel forno. Quando le fiamme incominciarono a svampare, la strega disse a Gretel di entrare nel forno per verificare se fosse ben caldo. Ma Gretel non abboccò perché intuì che la strega voleva arrostire anche lei. Allora disse: - "Non so come fare. Come faccio a entrarci?“ ”Stupida oca - disse la vecchia - l'apertura è abbastanza grande, guarda potrei entrarci anch'io." Arrancò fin là e sporse la testa nel forno. Allora Gretel con un urtone la spinse dentro, chiuse lo sportello di ferro e tirò il catenaccio. Uh che urla orribili gettò la strega, ma Gretel corse via e la maledetta strega dovette miseramente bruciare.- Perbacco, ecco una terapia davvero efficace per purificare l'Altro dal segno del male! Poi Gretel liberò Hänsel, i due fratelli ispezionarono la casa e trovarono forzieri pieni di perle e di pietre preziose. Si ficcarono in tasca tutto quello che poté entrarci e fecero ritorno a casa. Durante la loro assenza la matrigna era morta e il babbo non si dava pace per averli abbandonati nel bosco. Quando i due bambini si precipitarono in casa e rovesciarono sul tavolo i loro tesori i guai, come d'incanto, finirono e i tre vissero insieme felici e contenti.

E così termina questa fiaba la cui morale è che Hänsel, Gretel e il loro babbo vissero felici e contenti solo dopo la morte della madre che, lungo le campiture del racconto, assume, secondo l'occorrenza, le maschere della matrigna e della strega, insomma della madre cattiva, severa e castrante. In altri termini: questa fiaba svolge, in modo magistrale, la fantasia di una bambina che una notte racconta al fratello di aver sentito la matrigna dire al babbo che li vuole abbandonare, ovvero che li vuole mettere a morte. E la fantasia di abbandono, com'è noto, è una fantasia comune nei bambini; se però non viene elaborata, se non trova qualificazione in un dispositivo educativo, alla prima occasione,   trova il modo di realizzarsi. In questa fiaba la realizzazione della fantasia di abbandono è affidata a Gretel che, senza tanti indugi, passa all'azione e fa fuori la madre cattiva, rappresentata dalla strega. In questo modo lei dimostra di essere la madre buona, la madre capace di realizzare la fantasia di incesto con il padre: incesto che qui è da intendere come materiale fantasmatico privo di processo di qualificazione e che, di conseguenza, porta ad imboccare la via più facile per instaurare il regno di Bengodi. Se il padre aderisce a questa fantasia di vita facile, comoda e spensierata, "autorizza" il matricidio e si rende complice di un assassinio. In definitiva Gretel realizza la sua idea di famiglia naturale dove appunto la madre è animale fantastico, è madre naturale, è segno del bene e del male, è matrigna ma è anche strega. Hänsel, invece, non si lascia sovrastare dal fantasma di morte e, allora, aguzza l'ingegno e affronta le difficoltà. Egli, dunque, introduce gli elementi della famiglia artificiale che sospende la credenza naturalista nel fato, nella predestinazione, nella via facile e nel dispositivo naturalista. In definitiva questa fiaba con la sua struttura ossimorica, ci illustra due modi di intendere la famiglia: quello naturalista di Gretel sottoposto al cerchio della morte e all'idea del negativo e del positivo, e quello artificiale di Hänsel a cui, per l'appunto, non viene mai meno la fede, l'ingegno, l'industria e lo spirito pragmatico.

 

(Enrico Ratti)

 

 

Aforismi milanesi n. 26

Casanova e Don Giovanni

Figure della seduzione di un supposto sapere intorno all'amore  Casanova e Don Giovanni intervengono nel teatro delle immagini come maschere di un duplice raggiro: quello del desiderio e quello del godimento che, in quanto effetti narrativi, mai potranno diventare le basi su cui edificare l'intesa cordiale di un rapporto amoroso. E così, in questa sorta di crudele e beffarda parata falloforica, Don Giovanni indossa la maschera del seduttore e Casanova quella del sedotto. Infatti Casanova sente il dovere morale di far godere tutte le donne che lo padroneggiano, Don Giovanni, invece, le fotte, gode senza ritegno, le disprezza e le abbandona proprio sul più bello, proprio quando dalle loro labbra, appena appena dischiuse, sente erompere i primi, irrefrenabili, gemiti di piacere. E allora Casanova, molto ecumenicamente, le vorrebbe sposare tutte, Don Giovanni è costretto, invece, a sfuggirle tutte perché mai nessuna si sognerebbe di abbandonarlo e di rinunciare, così, al proprio oggetto di godimento. Insomma, Don Giovanni è mito, favola, delirio sessuale femminile, Casanova, invece, è figura storica. Di Don Giovanni si può solo scrivere, Casanova scrive le sue memorie. Don Giovanni trova la sua esistenza in un atto mancato, in quell'unica donna cha tra milletré si è sottratta, Casanova, invece, si realizza nella cronaca, nell'azione bisognosa di testimonianza. Don Giovanni non è un gentiluomo, Casanova è un galantuomo. Casanova è sedotto dall'autorità e si fa servo dello Stato fino a diventarne spia, Don Giovanni è nemico dell'autorità, quindi è un trasgressore, un ribelle e un delinquente. Don Giovanni contabilizza sul suo libro mastro il godimento (... ma in Spagna son già milletré), Casanova, invece, versa lacrime di nostalgia quando passa in rassegna i suoi amplessi più belli. Don Giovanni annota quante donne ha fottuto, Casanova quante volte ha fatto godere, in una notte, la stessa donna. Don Giovanni è un profeta dell'Illuminismo, Casanova un nostalgico dell'ancien régime. Don Giovanni arriva a sfidare Dio, Casanova crede che Dio sia femmina quindi l'adora. Mentre Don Giovanni anticipa il computer, Casanova inventa il gioco del lotto su cui far prosperare l'erario nazionale. E, allorché, Casanova si fa triste caricatura dell'uomo fedele ridotto in braghe di tela dalla lussuria, Don Giovanni, indomito, indossa la maschera beffarda dell'imbroglione infedele e si traveste da donna per fottere la donna. Intanto l'odio delle nuove inquisizioni è al varco e l'epoca dei Lumi annuncia il risveglio di quella Ragione che, col suo sonno secolare, aveva generato mostri conturbanti. E allora Casanova la rifiuta, mentre Don Giovanni la idolatra come una nuova religione di Stato.

 

Altri libertini

Tra il seduttore e il libertino c'è una differenza radicale e netta: l'uno è la forza bruta e selvaggia che determina l'eterno femminino, l'altro è la forza dell'amore che soggiace alla donna tutta, al fantasma dell'amante universale. Infatti il seduttore non rimane invischiato nei sentimenti e non conosce il rispetto per la donna ma, anzi, la usa, la disprezza e poi l'abbandona. Per lui conta eiaculare e basta. Il libertino, invece, adora la donna fino a divenirne schiavo, fino a sposarla. Ma può anche succedere che in certi raffinatissimi seduttori la ragione coincida con il sesso e questo artificio, assolutamente privo di sentimento, porta a sublimare il sesso fino al punto che, per il seduttore, la conquista di una donna può svolgersi e risolversi in un attimo.   Insomma, per questo tipo di seduttore, il letto può giungere a rappresentare una figura retorica del tutto irrilevante al perfezionamento e al compimento della seduzione. In questo contesto il seduttore può giungere a provare un'indicibile estasi sessuale solo accontentandosi di strappare all'amata uno sguardo, un sorriso, un sospiro, un improvviso rossore o un fremito incontrollato delle labbra che per lui diventano i segni di un amplesso riuscito. Tutto quanto vale per il seduttore risulta, invece, insopportabile per il libertino. Infatti il libertino è costretto, dalla sua profonda religiosità, a sedurre la donna solo carnalmente perché ogni donna sedotta rappresenta per lui quella definitiva, la donna fatale, la donna della sua vita. Inoltre, per il libertino, il letto è l'approdo logico di tutta la sua parabola seduttiva ma, anche, l'unica garanzia che l'amplesso riuscirà perfettamente. In definitiva, il libertino, essendo coinvolto in un'intensa relazione d'amore, che ha come scopo il matrimonio, è condannato a fare l'amplesso in modi originali e stravaganti e sempre come se fosse la prima volta. Per il seduttore, che già si è prefigurato l'abbandono dell'amante, l'amplesso è, invece, un dettaglio trascurabile perché lui fotte la donna come se fosse l'unica volta e, proprio per questo, si può anche permettere di fare cilecca senza temere di essere giudicato, deriso o umiliato dalla sua partner. In altri termini: per il seduttore la seduzione si può anche risolvere con un atto mancato, per il libertino, invece, è di estrema importanza far godere in modi sempre nuovi e fantasmagorici quella donna che, forse, diventerà sua moglie. Insomma il libertino è come un Atlante che si carica sulle spalle tutto il peso di un investimento erotico che lo costringe a dare, in ogni sessione, il meglio di sé. Il seduttore, invece, è come un astuto Leporello che si può permettere, all'occorrenza, di marcare visita o di appisolarsi proprio nel bel mezzo di un furioso congresso carnale.

 

La gatta e il cane

La gatta e il cane sono gli indici della sessualità domestica. Infatti la gatta sta sempre accanto al marito e il cane, invece, è sempre accucciato ai piedi della moglie.

 

La donna di denari

Le donne nell'antichità erano considerate l'equivalente generale di tutte le merci. Infatti venivano scambiate con due cammelli o con quattro giumente o con dieci capre. Ebbene le donne erano merce ma erano anche senza nome. La questione donna, nel testo occidentale, ha dunque posto in rilievo sia lo scambio, il commercio, che il nome. Paradossalmente la donna non aveva nome eppure era supporto del nome, era l'unico modo per tramandare il nome di uno degli affiliati all'orda, alla tribù o al clan. Ecco, allora, il corpo femminile inizia a circolare in modo diverso, in modo equivoco e la donna da merce di scambio diventa donna di denari, diventa la prostituta sacra o profana che, in assenza di parola, di dispositivo intellettuale, si concede per la vita o per un solo momento.

 

La strega e la prostituta

Le streghe venivano bruciate perché la casta dei sacerdoti difendeva il proprio business magico-religioso con tutti gli strumenti che il pregiudizio, nei confronti della donna, metteva a loro disposizione. Infatti la strega con i suoi intrugli, con il suo sapere sulla morte, il male e il tempo era ritenuta una pericolosa concorrente da tutti quei medici-sacerdoti che traevano il loro sapere dalla medicina e dalla filosofia sacramentale. Allo stesso modo un adolescente veniva portato  dalla prostituta perché acquisisse un sapere sul sesso. La strega e la prostituta erano portatrici di un sapere non convenzionale, né istituzionale e in definitiva sapevano quanto poteva durare un dolore, una sofferenza o un amore, oppure sapevano come andava a finire l'atto sessuale. Sapevano! Ed è per questo che venivano bruciate a milioni dai gelosi custodi del sapere universale. Ma la pulsione di sapere non è sessualizzabile, quindi ci sarà sempre una donna che non credendo alla segregazione sessuale parlerà, leggerà, insegnerà e trasmetterà un sapere non conforme ai costumi, alle usanze o alle credenze dell'epoca. E allora verrà perseguitata.

 

(Enrico Ratti)

 

 

Aforismi milanesi n.27

 

Il settimo sigillo

Poi l'angelo prese l'incensiere, lo riempì di fuoco preso dall'altare e lo gettò sulla terra: ne seguirono scoppi di tuono, clamori, fulmini e scosse di terremoto. (Apocalisse di Giovanni 8,5)

Con il movimento giullaresco, Cecco Angiolieri e Niccolò Machiavelli e malgrado la riforma e la controriforma, la politica italiana si è sempre tramutata in Commedia dell'Arte e in Carnevale vanificando ogni tentativo di instaurare, con la supposta morte di Dio, la religione dello Stato. Le visioni del mondo, filosofiche per eccellenza e per definizione, invece, hanno sempre cercato di dominare, controllare e correggere la società fino al Novecento che ha portato il totalitarismo fascista, il totalitarismo comunista e la sua versione edulcorata: la socialdemocrazia. E questo è avvenuto perché nel discorso occidentale non c'è mai stato l'avvenire dinnanzi ma, bensì, è sempre prevalsa la logica del padrone e dello schiavo, del maestro e dell'allievo, del nemico e dell'amico, del superiore e dell'inferiore che hanno ispirato lo sterminio nazista, il genocidio marxista-leninista e la catastrofe ecologica favorita dai regimi socialdemocratici. Le prime due ideologie partivano dall'idea di padroneggiare il tempo e di asservire l'individuo allo stato, la terza, invece, di purificare la terra... dall'uomo. Ma l'uomo che purifica la terra dall'uomo è il sogno dell'ideologia tedesca (base e condizione della "democrazia" americana) che vuole trasformare l'uomo a tal punto da farlo diventare una docile macchina capace di sopravvivere su un pianeta devastato e bruciato dai maremoti, dai gas serra, dalle scorie tossiche e dai detriti nucleari. Da Atene a Siracusa il filosofo ha, dunque, sempre occupato il posto del politico fino a Lenin, Mao e Gorbaciov, il padre della socialdemocrazia europea riformata. E così, anche oggi, i filosofi guidano l'industria, la Borsa, la Repubblica e la città attribuendosi in nome del profitto, dei bilanci truccati e del bene comune, la facoltà di nascondere ai collaboratori, al popolo e ai cittadini il vero stato di salute della terra. Insomma, il numero uno, il capo del governo o il primo cittadino si attribuiscono la facoltà della nobile menzogna per coprire, in vista del bene ultimo necessario, i disastri ambientali, lo sterminio di massa e le malattie incurabili che impongono, come fossero fatali contrappassi, ai loro ingenui sudditi. Ma nel discorso occidentale non c'è solo l'occupazione ideologica e militare dell'arte, della cultura, della politica e dell'industria, c'è anche il rispetto della natura da cui, com'è noto, vengono tutti i principi dell'esperienza. E l'esperienza insegna. Questa è la base del Rinascimento e Leonardo da Vinci e Niccolò Machiavelli l'avevano capito. Infatti Leonardo si distacca dalla natura ideale, la natura morta, per indagare i concetti di natura artificiale e di realtà virtuale (lo stato nascente delle cose), mentre Machiavelli si allontana dal sistema di Alessandro e del pirata (il sistema dei grandi e degli scellerati) inventando, non senza l'ausilio dell'ironia, l'arte dello stato, la politica e il cittadino che, prima di lui, non esistevano affatto. Entrambi insomma sono seguaci delle cose e del tempo che le governa e, in ultima istanza, si attengono all'arte del fare ma nel massimo rispetto dei precetti della natura. Purtroppo, una volta spazzata via la saggezza di questi due grandi antichi, rimane solo una terra bruciata preda della partitocrazia, della lingua dei litiganti e delle mafie affaristiche. E, come se non bastasse, una volta sconfitto il marxismo oggi interviene il liberismo a prescrivere ai governi di fare il minimo male necessario in vista di un radioso avvenire.

E allora, a un passo dalla catastrofe ecologica, il divario tra destra e sinistra è davvero ridicolo e fuori moda perché, con diversi accenti, i loro leader vanno nella stessa direzione ma con la testa rivolta all'indietro. Se, invece, questi signori, cominciassero a considerare il bene e il male come concetti ormai alle spalle, nell'ironia, davanti troverebbero solo il modo di uno sviluppo tecnologico e di un avanzamento scientifico più attento e più rispettoso dei delicati equilibri della natura. E allora non è più ammissibile che nell'era del cyberspazio il personale politico, per non scontentare nessuno, si limiti a promulgare leggi che ratificano l'esistente o a varare provvedimenti che, per sanare situazioni divenute insostenibili, guardano al passato. Ora, invece, è venuto il momento di guardare avanti e di legiferare tenendo presente, per esempio, gli accordi di Kyoto sulle emissioni gassose senza per questo dover rinunciare al progresso tecnologico, ai prodotti industriali e al commercio internazionale. Ecco perché senza una Carta Ecologica del Pianeta e senza dispositivi di governo impersonali e insoggettivi non c'è avvenire ma solo catastrofe ambientale: quella catastrofe che tanto affascina tutti quei principi-filosofi che governano le nazioni al debutto del terzo millennio. Ma allora come può formularsi un progetto per la salvaguardia della vita e dell'avvenire del pianeta? Una cosa è certa: il dispositivo di battaglia deve incominciare fin da subito ad informare i cittadini dei pericoli mortali che stanno correndo! Poi sarà compito dei capitani dell'avvenire non dar tregua e trascinare sul banco degli imputati, accusandoli di crimini contro l'umanità, tutti quei governanti, industriali e banchieri che cercheranno di osteggiare l'applicazione delle norme, delle regole e dei motivi costitutivi della Carta Ecologica del Pianeta. Insomma, affinché ci sia avvenire occorre un nuovo principe che nulla condivida con il discorso della padronanza e nemmeno con l'opposizione a esso, che sia impossibile corrompere o distorcere il progetto di vita contenuto nella Carta e che non ci sia più né concorrenza né competizione tra differenti fazioni ideologiche. Solo così, solo attenendosi al mito e al rito e senza che nell'esperienza entri necessariamente il male e il negativo, il pianeta ha la chance di procedere verso il suo destino di immortalità e di gloria.

 

I mercenari della politica

Perché Machiavelli non ammette nell'esercito del Principe i mercenari? Perché i mercenari non sentono mai la missione. Infatti i mercenari sono solo professionisti della battaglia e non lottano mai per la missione. Questa è l'era intellettuale e l'era intellettuale non ammette i mercenari, i professionisti della politica, perché il suo esercito invincibile porta sempre a conclusione la missione che si è data.

 

Le armi

Le armi proprie dell'esercito invincibile dell'era intellettuale risiedono nella proprietà della parola e non nella proprietà del soggetto, del suddito o del dipendente. É per questo che le armi della parola libera non denunciano e non colpiscono, ma non servono neppure per le vendette o per le recriminazioni.

 

L'ospitalità

La sfida politica più impegnativa dei prossimi anni sarà quella dell'ospitalità. La politica dell'ospite esige la tolleranza dell'altro, l'assenza di razzismo e il rifiuto assoluto dell'idea che lo straniero sia un barbaro: le tre virtù del dispositivo d'ascolto.

 

Vivere d'aria

Ma qual è la nobile menzogna che il Principe, secondo Platone, deve raccontare ai sudditi? Quella dell'origine comune, base e condizione dello gnosticismo da cui procedono anche il fatalismo e la predestinazione. In questo modo Platone e poi Aristotele giungono a negare la saggezza, la sapienza e la prudenza dei Presocratici che non avevano inventato l'Iperuranio, ma neppure l'androgino. Essi, infatti, procedevano dalla parola libera e dalla poesia e non avevano bisogno dell'uomo mortale di Aristotele. Insomma il fantasma materno (la padronanza di sé e delle cose), incomincia a costituirsi proprio a partire da Platone e da Aristotele che formalizzano e rendono funzionali al sistema di cielo e di terra l'idea dell'origine comune, l'idea della padronanza e l'idea della morte: i valori assoluti su cui si fonda, ancora oggi, il discorso occidentale che, come sistema di riferimento, adotta appunto quello greco. In questo discorso ciò che risulta maggiormente intollerabile è che la parola, i pensieri, i sogni e i gesti sfuggano alla previsione, alla prevedibilità, alla pensabilità e alla catalogazione. Vivere d'aria, di parola originaria, è proprio ciò che fa sballare questo sistema.

 

(Enrico Ratti)

 

  

Aforismi milanesi n. 28

 

La funzione di morte

Perché la donna non può morire in croce? La donna non può morire in croce perché ciò che le rimproverava Aristotele era di non avere il sangue puro come quello dell'uomo. Ma che cosa stabilisce la purezza del sangue? La circolarità. Ecco perché alla base dei principi aristotelici (principio di identità, principio di non contraddizione e principio del terzo escluso), c'è la figura del cerchio dove ogni cosa è posta in un inizio e in una fine e cioè in un'economia perfetta. Questa figura geometrica è, dunque, la massima rappresentazione dell'uomo aristotelico: un uomo finito, pensabile, prevedibile e che ha coscienza della morte di sé, dell'altro e delle cose. Un'altra figura del discorso occidentale è il sacco e la figura del sacco è riconducibile all'idea del corpo: un corpo inteso come contenitore di organi, di sistemi e di cellule che appartengono a quel sistema di riferimento il cui fondamento è l'"essere". Orbene, queste figure del cerchio e del sacco sono modi, anche, di pensare il tempo. Infatti il cerchio indica che a un certo punto il cammino finisce e qualcosa si conclude mentre il sacco indica, invece, che la misura è colma e il tempo è finito. Rilevare questo è molto importante perché determina anche il nostro modo di pensare che poggia, appunto, sulla logica predicativa del sì e del no, cioè sui principi aristotelici. Ciò che non si situa in questa modalità viene definito differenza, stravaganza, stranezza ma anche follia o arte. Ecco perché Platone condannò l'arte mentre Aristotele bandì l'aulo dalla Repubblica: essi non tolleravano questo scarto logico perché il loro sistema di riferimento esigeva che non ci fosse né arte, né follia, né inquietudine. Effettivamente là dove si costituiscono delle coordinate che prescrivono un certo sistema, basta una risata per far crollare un impero. É per questo che l'arte, la follia e il sogno non sono assolutamente tollerati da sistemi che si fondano su coordinate stabili, rigide, preordinate, stabilite e immutabili e cioè senza tempo. Questa è appunto la gnosi, la teoria della conoscenza, la teoria dell'essere delle cose, insomma la teoria delle cose in quanto tali. Infatti la conoscenza, la conoscenza dell'albero del bene e del male, è possibile solo se le cose rimangono uguali, fisse, immobili. Se le cose, invece, divengono, se variano o si fanno seguaci del tempo, la conoscenza, come dice Maria, è impossibile. Insomma se noi ammettiamo che il tempo c'è allora le cose non possono più essere tali! Ma se noi ammettiamo il tempo allora dobbiamo anche ammettere il tramonto dell'"essere" perché il tempo instaura il divenire e travolge l'"essere". In ultima istanza: il tempo travolge la talità e introduce la qualità delle cose, introduce l'altro modo. Ma questo modo non sappiamo prima quale sia perché c'è il tempo e il tempo, che governa le cose, non è padroneggiabile né con l'orologio né con la cronologia. Ecco perché il tempo mai potrà essere una prerogativa dell'uomo aristotelico che, illudendosi di conoscere e di padroneggiare se stesso, ammette la morte come suo ultimo e supremo padrone.

 

La strada mistica

Quali sono gli elementi che costituiscono il testo fondamentalista religioso patriottico e provinciale della sinistra italiana contemporanea? Ebbene, questo testo è costituito oltre che da Marx, Jung, Calvino, Lutero, Gramsci e Togliatti anche dal giacobinismo, dal giustizialismo, dal purismo razzista antinordico, dall'antintellettualismo, dalla repressione sessuale, dai pregiudizi nei confronti delle donne, dell'impresa e del libero mercato, dallo jungomarxismo, dal rinnovamento paranoico-palingenetico socialdemocratico e rifondazionista e dall'animale fantastico ecologico uno e puro. Insomma, tutta questa fosforescenza mistica ha portato la parte più nobile della sinistra italiana a prendere il linguaggio per un linciaggio e, di conseguenza, a perdere le elezioni e a consegnare la Repubblica al nuovo regime mediaticomonarchico.

 

Non c'è più paura

I greci chiamavano fallo il denaro. Tutte le falloforie dell'alto e del basso, dell'inizio e della fine, del positivo e del negativo vengono da qui. Il denaro come fallo ha però una sua figura: essa è quella dell'Uroboro, un serpente fantastico che inizia dalla fine della sua coda. Successivamente, questo animale fantastico, viene iscritto nello stemma dei Visconti che lo chiamano Biscione. Infine, nel Novecento, viene sistematizzato nel serpente monetario. Il serpente, Caino, Satana, Giuda partecipano alla totalità ideale, al cerchio, base e condizione di tutti i sistemi chiusi fondati sulla paura dell'altro, sulla paura del barbaro, sulla paura dello straniero a cui viene attribuito tutto il negativo come, per esempio, è stato fatto con gli ebrei. Ma perché gli ebrei non soccombono alla paura instaurata dal sistema religioso solare egizio o dalla mistica pagana germanica? Perché non perdono mai l'entusiasmo? Perché a un certo punto non decidono di morire tutti? Orbene, il massimo contributo che gli ebrei hanno dato al progetto di vita, iscritto nel destino stesso del pianeta, è stato quello di aver dissipato la paura e di aver indicato il modo di affrontarla. Senza l'entusiasmo la paura si trasforma, infatti, in un serpente che divora la propria coda per stabilire la circolarità e mettere al bando Dio, il talento, l'ingegno, il testo, lo scambio, l'astrazione, la parola e l'internazionalismo artistico e culturale. Ebbene l'intellettuale che non dia un contributo essenziale a togliere dalla civiltà planetaria la paura è, come direbbe Leonardo, un trombetto, un recitatore di altrui opere, ma anche un trombone fatto apposta per essere trombato. Insomma una volta dissipata la paura, davanti rimane solo l'impresa di vita dove il bene e il male, su cui si fonda la favoletta di tutti i governi, stanno alle spalle e nell'ironia. Tutto questo Leonardo l'aveva capito tanto che, nella Cena, giunge a disporre Giuda in un trio. Infatti nel ritmo della scena Giuda è con Pietro e Giovanni. Prima della cena di Leonardo Giuda era sempre escluso dalla tavola, dall'assemblea e dall'impresa perché Giuda ha sempre rappresentato il male e il negativo che è fuori di noi. Ma il bene dentro e il male fuori rimangono degli arcaismi mentre Leonardo, disponendo Giuda nella Cena, ha situato il positivo e il negativo nell'ironia della sorte contribuendo all'avanzamento della civiltà. Se il bene e il male stanno, dunque, alle spalle davanti non ci può essere che l'altro, l'ospite, con il suo terreno, il suo diritto, il suo spirito e la sua nazione in assenza di negativo. Con l'intervento degli immigrati governare l'Europa, attenendosi alla materia dell'umanità e alla politica dell'ospite, sarà la sfida più impegnativa dei prossimi trent'anni. E in Italia come viene affrontata questa straordinaria trasformazione che già si annuncia? Finora, invece degli Istituti di immigrazione, si sono promulgate solo leggi repressive e umilianti che rafforzano nell'opinione comune l'idea che l'immigrato sia un ladro e un assassino. Ma se nelle carceri italiane c'è un 60 % di immigrati questo è dovuto al fatto che queste persone non trovano accoglienza in Italia altrimenti non si rivolgerebbero al crimine organizzato.

Insomma, la vera questione del governo dell'Italia è dunque la politica dell'ospitalità perché nei prossimi cento anni i non italiani saranno più numerosi degli italiani.

 

(Enrico Ratti)

 

 

Aforismi milanesi n. 29

 

Il giornalismo selvaggio

Ciò che caratterizza, specifica e qualifica l'incultura italiana in questo debutto del terzo millennio è il polemista (dal greco polemos, guerra): un animale fantastico anfibologico che, in assenza di intellettuale, dalle pagine dei quotidiani o dagli schermi tv attacca l'avversario attribuendogli una mancanza supposta propria. Agli antipodi dal polemista (il dialogo platonico è già polemos, è già lotta tra amico e nemico e richiede l'esclusione dell'altro, del terzo, ma anche dei poeti, dei pittori e dei musicisti dalla città) della repubblica di malinconia sta lo psicanalista, l'altro intellettuale, che occupa una posizione impossibile, quella di sembiante (lo specchio, lo sguardo e la voce ovverosia l'"essere" dell'ontologia) e non quella di psicoterapeuta medicolegale di Stato. Insomma, oggi, una delle battaglie più interessanti da affrontare e da combattere è quella di sgombrare il campo dall'antropogiornalismo e dal giornalismo selvaggio affinché s'instauri un nuovo statuto di intellettuale che sia il più possibile straniero a se stesso, il più lontano possibile dal clericomatriottismo e da tutta quella cultura pontificalilluminista che, nel suo patto scellerato, ha  presupposto per principio "l'ignoranza delle masse". All'insegna del "tutti devono capire" ecco fabbricato lo statuto del suddito ed ecco fatta la feticizzazione dell'incultura che trova, oggi, il suo apogeo nel sistema masmediatico. Ma già Freud, con l'invenzione della psicanalisi, dice che tutto ciò è un'impostura proprio perché il parlante sa più di quanto crede di sapere.

In definitiva è proprio a partire dall'ideologia dell'incultura che sorge quell'igienismo linguistico dei giornali e della tv e, di conseguenza, quella truffa che obbliga ciascuna scrittura ad appiattirsi e a banalizzarsi per obbedire al principio di una comunicazione da inconscio a inconscio collettivo e nazionale. È qui che risiede la coerenza dell'antropogiornalismo contemporaneo che si avvale della denigrazione e dell'esecrazione o della messa in guardia verso tutto ciò che è ritenuto demonistico, fino alla demonizzazione dell'avversario tanto cara all'incultura giornalistica sia di destra che di sinistra.

 

La questione ecologica

Scrive Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico: "Tutti li animali languiscono empiendo l'aria di lamentazioni, le selve ruinano, le montagne aperte, per rapire li generati metalli; ma che potrò io dire cosa più scellerata di quelli che levano le lalde al cielo di quelli che con più ardore han nociuto alla patria e alla spezie umana?" (CA, 1060 V). Insomma Leonardo da Vinci, con questa sua interrogazione ecologicamente innaturalistica, ci dice che senza un progetto politico rigoroso e serio ci sarà sempre chi distruggerà la specie umana, la Terra e la sua favola ecologica. 

 

Dio questo irreligioso

Per Dante Dio è punto vuoto, punto di oblio e voce. E di lui dice: "Trasumanar, significar per verba non si porria", non è possibile umanizzare Dio perché l'uomo non può dirlo con le parole, quindi nessuna definizione di Dio è possibile. Infatti la teologia dice che cosa non è Dio perché appena comincia a dire che cos'è Dio si trova in pieno antropomorfismo. Paradossalmente solo l'ateo ha la presunzione  di dire che cosa è veramente Dio. Insomma Dio è la condizione imprescindibile dell'itinerario di ciascuno, quindi anche del progetto e del programma di vita di ciascuno, proprio perché, incessantemente, non si lascia raggiungere né prendere con una mano. Se si facesse raggiungere sarebbe un Dio domestico, addomesticato, il Dio di una religione fai da te.

 

I professionisti di regime e di cappella

Chi è colui che nei circoli professionali del luogo comune, anche universitari e scientifici, viene sempre accettato? È il cretino. È colui che con le sue idee non disturba, non inquieta e non provoca. È il conformista, è colui che per fare, per inventare e per vivere ha sempre bisogno della passione, della paura e della severità. Insomma è colui che per riuscire ha sempre bisogno del giudizio, del consenso e del permesso dell'altro, del parente o della società.

 

Lo strano caso del dottor Carl Gustav Jung

Base e condizione di tutta la scolastica cattolicomarxista italiana è lo junghismo: una gigantesca stratificazione dottrinaria che con l'ausilio del testo di Jung, a volte depurato dalle difficoltà proprio per evitare complicazioni intellettuali, ha consentito, lungo tutta la seconda metà del Novecento, ai professionisti della politica, dell'educazione e della medicina di occupare la Repubblica, di gestire in modo pontificale il sapere, di dare la caccia agli intellettuali e di fare degli ospedali, più che istituti di ricerca, istituti di necrofilia. Ma perché il testo di Jung si è prestato, così facilmente, a quest'operazione di disintellettualizzazione nazionale facendosi supporto del patetismo professionale e sociale e della crociata contro l'intellettualismo freudiano e contro l'individuo? In estrema sintesi: Jung elabora tutta la sua dottrina, sbiancata con il detergente gnostico germanico, proprio per contrastare quella peste freudiana che ammetteva l'esistenza di un inconscio strutturato come un linguaggio. Abolire dal discorso freudiano Totem e tabù, Il disagio della civiltà e L'uomo Mosé e la religione monoteistica è servito a Jung per collocare il pensiero nell'inconscio e per spianare la strada verso il "simbolo nascosto". Insomma Jung apre la via verso la psicologia del profondo dove occultismo, spiritismo, magia, mitologia e astrologia si integrano in un sistema totalitario che parte dal concetto di senso per giungere a un universalismo mistico, al sesso unico (il sesso depurato dalla sessualità) e al monismo: formule utili a ricomporre il tragitto delle repressioni e del disadattamento alla realtà. Al linguaggio come condizione dell'inconscio Jung preferisce gli archetipi naturali, la logica del sé contrapposta all'io, la psicoterapia religiosa, antintellettule, antiartistica, antipoetica, la sincronicità, la telepatia e la collaborazione tra guaritori dell'anima, sciamani e precettori. Ecco creata la nuova psicologia analitica dove l'inconscio collettivo e nazionale è strutturato dal pensiero analogico, arcaico e ineffabile, dalla simbolica cosmica e dal significante spirituale. In estrema istanza: l'accusa che Jung rivolge a Freud è quella di essersi occupato del palinsesto semiotico e linguistico delle cose trascurando il punto di vista simbolico. Ma perché Jung rompe con Freud e fa di tutto per sconfessare il transfert, per togliere la peste (il mito del parricidio, un parricidio che si dice più che realizzarsi) dalla psicanalisi? Nel 1909, durante il viaggio in America, Jung racconta un sogno escatologico (una discesa agli inferi dell'inconscio sul fondo del quale stanno due teschi) a Freud. Sbalordito dalla sproporzione dell'intervento di Freud, che della sua grandiosa weltanschauung nota solo un dettaglio, ne deduce che Freud cerchi nel suo sogno "segreti desideri di morte". E inizia a vedere un fantasma: quello di un padre (Freud) che vuole la sua morte. In definitiva, Jung, situa Freud nella posizione di padre primitivo che desidera la morte del figlio mancando, però, di intendere che per Freud il padre primitivo non desidera (e come potrebbe desiderare se si tratta di un nome che si articola nel linguaggio?) perché sono i figli a desiderare la sua morte. E così Jung sconfessa il transfert con Freud e, come Cristo che toglie i peccati, inizia a togliere il parricidio e la logica della nominazione dalla psicanalisi. Insomma, egli s'illude che un mero sacrificio simbolico (la rottura con Freud) basti ad effettuare quella trasposizione che lo rende fondatore di una nuova religione. Ma già Freud, con L'uomo Mosé e la religione monoteistica, aveva vanificato l'idea di fondare con la psicanalisi una nuova religione. Infatti, a partire da lui, lo scritto di uno psicanalista niente ha a che fare con il sacrificio fondatore ma testimonia, invece, che non c'è atto fondante perché l'esperienza della parola originaria è sempre in atto, al debutto, in elaborazione e mai data una volta per tutte. Insomma il parricidio (l'assassinio del padre che avvia il ritmo del racconto) è situato da Freud nel tempo dell'origine mitica del linguaggio e non, come avviene nella concezione puramente simbolica di Jung, nei complessi che tendono alla fondazione antropologistica della psicanalisi. E non sorprende più nessuno, oramai, che il percorso regressivo di Jung, dopo la rottura definitiva con Freud nel 1913, lo riporti al politeismo animista tanto apprezzato dai fondatori del Terzo Reich. Infatti i nazisti, con i loro riti esoterici, si fanno seguaci di quell'antropologia che, con l'ausilio di mezzi magici e visionarie rivelazioni, immagina di accedere agli stadi preedipici degli archetipi naturali saltando, anzitutto, il linguaggio. E così gli archetipi junghiani non sono nient'altro che la trasposizione dei geroglifici egizi (quasi a voler restaurare quel dominio sulle cose e sugli uomini che gli egizi esercitavano sugli ebrei e che Mosé mise in scacco), che gli ebrei abbandonarono esprimendosi nei segni scritti di una nuova lingua. Singolare poi era la diceria diffusa tra gli svizzeri di Vienna nel 1923: la signora Jung dichiarava, a conoscenti e amici, di essere la reincarnazione della regina egizia, moglie di Tutankhamon del quale si era da poco scoperta la mummia.

 

(Enrico Ratti)

  

Aforismi milanesi n. 30

 

L'obitorio dei vivi

Platone dice che gli umani, catapultati dall'iperuranio sulla terra, sono tutti in carcere. Infatti il carcere, estrema metafora della società segregativa, obbliga all'accettazione della propria dose di morte quotidiana in modo che tutti, oramai privi di sogni, di parola e di pensiero, perfettamente guariti dall'arte e dalla cultura (le due più gravi malattie mentali di tutti i tempi) si riconoscano soggetti umani presi nel carcere terreno: una metafora magistralmente rappresentata sugli schermi, nel 1981, da un film diretto da John Carpenter, 1997 Fuga da New York. Lì New York viene rappresentata come il supercarcere degli Stati Uniti: tutta la città è recintata da un muro altissimo sorvegliato da agenti speciali dotati di armi e di congegni elettronici tecnologicamente avanzatissimi. I condannati vengono catapultati dentro il recinto e la regola è una sola: chi entra non esce mai più. Dentro questo supercarcere non ci sono né guardie, né sbarre, né norme, né regole: le regole le impongono i condannati più cattivi e violenti. Insomma questo film tratta di una fantasia antichissima applicata ad una realtà moderna fatta di ghetti, di metropolitane irte di filo spinato e di sbarre di divisione, di graffiti e di deserti notturni che gettano l'individuo nella paura e nella disperazione. Ma, in definitiva, si tratta di una città del tutto simile a Roma, Milano o Tokyo dove, in realtà, milioni di persone escono da quelle metropoli e vanno a raggiungere le loro villette in periferia. Ma questa è già un'altra idea di carcere con evasione prevista e assicurata.

 

Dal paradiso alla prigione

Nel Genesi Dio chiede ad Adamo: "Adamo (uomo) dove stai?". E Adamo, avvezzo ad intendere le cose secondo la formula ispirata dall'albero del bene e del male anziché dall'albero della vita, capisce: "Adamo, come stai?" E allora scoprendosi messo a nudo si vergogna, si pente e si nasconde: è oramai nella prigione terrestre, non più nel paradiso. Egli, abdicando all'albero della vita, alla parola originaria, instaura la prigione. Insomma se c'è l'idea della prigione, se c'è la prigione della parola, allora c'è la conoscenza che viene dall'albero del bene e del male, dalla genealogia. In definitiva l'idea di prigione e l'idea di conoscenza sono la stessa cosa. Se, dunque, la parola è originaria e appartiene all'albero della vita, non finisce e non può essere confiscata. Se invece la parola può essere confiscata allora s'instaura la credenza nella padronanza. Ecco perché l'intero discorso giudiziario è basato sull'idea della fine. Infatti, per questo discorso, tutto deve finire perché finendo significhi e significando possa essere archiviato, cioè padroneggiato.

 

Il Panottico di Bentham

Moltissime carceri italiane da Regina Coeli, a San Vittore, all'Ucciardone sono dei panottici secondo il modello ideato da Bentham. Il Panottico ha sempre esercitato un fascino straordinario sugli architetti perché suggerisce un'assolutezza della forma, quasi fosse una sublimazione della pianta centrale, dove è possibile sorvegliare, vedere tutto, controllare tutto in funzione della sicurezza e per prevenire l'evasione che diventa, così, una variante intrinseca al concetto di carcere. Questa forma a bracci di mulino a vento, tipica delle carceri italiane, sta per essere sostituita da altri sistemi di controllo basati sulla tecnologia. Io, invece, propongo per ciascun detenuto una struttura abitativa autonoma in modo che il problema della cella, delle sbarre e del recinto sia risolto in uno spazio minimo di sopravvivenza e di dignità umana. Purtroppo la società tende a spendere il meno possibile per la propria sicurezza, ma non si fa scrupolo di spendere tantissimi soldi per soddisfare il proprio edonismo: questo è un errore gravissimo perché crea degli individui che, una volta fuori dal carcere, saranno ancora più incattiviti e feroci di prima.

 

La gabbia, la cella e il serraglio

L'uomo in gabbia è un uomo praticamente spinto alla violenza, costretto alla violenza, proprio nel momento in cui si vorrebbero educare i suoi istinti criminali. Il fatto poi di mettere decine di persone in una cella è il modo più sbrigativo per aumentare la violenza e l'aggressività, perché gli spazi vitali vengono violati continuamente. Insomma il carcere è una condizione peggiore del manicomio dove, a volte, la cura risultava efficace e il malato usciva "guarito". Invece dal carcere, da cui ciascun detenuto dovrebbe uscire socialmente inserito, perfettamente osservante del luogo comune e abituato alla dose quotidiana di psicofarmaci, escono delle persone condizionate a ripetere quegli atti di violenza che invece si vorrebbe insegnare a non fare più. E questo avviene perché il concetto di pena è stato sempre creduto funzionale al concetto di educazione: un'educazione fondata sullo psicofarmaco, sul tempo morto e sull'omertà. Infatti l'ordine carcerario pone la parola come estremo reato, cerca di toglierla prescrivendo ai carcerati la normalizzazione attraverso gli psicofarmaci e suggerendo l'indifferenza in materia di umanità. In questo campo di concentramento (una vergogna per la civiltà) i detenuti devono solo patire, accettando la pena e gli psicofarmaci. Insomma il sistema carcerario obbliga all'opportunismo, alla furberia, alla delazione, alla malignità, alla sopraffazione, alla slealtà e alla perdita di dignità e in definitiva edifica il soggetto criminale per poter meglio fabbricare il soggetto psicofarmacologico. E così, i detenuti, diventano l'immagine speculare di un regime giudiziario dove i giudici sono solo i detentori di un potere burocratico senza diritto, senza cultura e senza educazione.

 

Un incubo ricorrente

In prigione il sogno è sempre un incubo: l'incubo della tomba.

 

La clinica della depressione e dello stress

Quello che è veramente atroce è la passeggiata che i detenuti fanno, a un certo punto della giornata, dopo essere stati chiusi in cella. Questa passeggiata viene detta "ora d'aria" che, evidentemente, è l'unico motto di spirito prodotto dal regime carcerario Infatti l'"ora d'aria" è una passeggiata, avanti e indietro, che il detenuto compie rinchiuso in un pozzo di cemento squadrato e dai muri giganteschi da cui si intravede solo uno spicchio di cielo. Insomma una volta confiscato il tempo e la parola e una volta accettati gli insetti che circolano nelle celle, il carcere, a suon di psicofarmaci, diventa l'immagine speculare delle istituzioni dove, per decreto, mai nulla deve avvenire. In estrema sintesi: il carcere, oggi, sembra la miglior clinica per curarsi dallo stress e dalla depressione a forza di Valium, Darkene e Talofen, di Nozinon, Fargon e Halcion in vista di una morte certa, sicura e indiscutibile.

 

Non c'è più carcere

In assenza di un movimento politico dei detenuti il carcere è peggiorato molto e peggiorerà sempre più. Infatti, oggi, tutto viene accettato pur di uscire dal carcere, anche il ricatto da parte dei giudici e del personale di sorveglianza. E così il potere dei giudici si è accresciuto e consolidato e non è più messo in discussione: il detenuto si limita ad attendere solo il "premio". A mio avviso un vero movimento politico dei detenuti oggi deve battersi per l'abolizione della pena in favore dell'educazione, e per l'abolizione del carcere in favore di una nuova carta della tolleranza europea.

 

(Enrico Ratti)

 

 

Aforismi milanesi n. 31

 

Dal territorio al cyberspazio: la rivoluzione della vita, dell'economia e della comunicazione

Gli attacchi suicidi alle torri gemelle del World Trade Center di New York e al Pentagono, di fatto, hanno messo fine al concetto di guerra convenzionale (da Sun-Tsu a Flavio Vegezio Renato fino a Karl von Clausewitz) e hanno inaugurato l'iperguerra (un conflitto totale scatenato da uno stato virtuale e senza territorio come Al Qaeda che, in nome di Dio, mira alla necropolizzazione della terra in vista della pace eterna). Inoltre questi tragici avvenimenti hanno anche fatto emergere l'idea che un'era economica, basata sui combustibili fossili, sia prossima ad esaurire la sua parabola. Storicamente, dopo la fine dell'era del carbone che in Inghilterra è stato il carburante della prima rivoluzione industriale, la geopolitica americana, che si fonda sul ricordo dell'impero romano, è stata, in larga misura, sinonimo di politica del petrolio. Ma, oggi, l'infrastruttura globale creata per sfruttare i combustibili fossili e gestire l'attività industriale comincia a mostrare i primi segni di cedimento. Inoltre i geologi ipotizzano che la produzione di petrolio raggiungerà il suo picco massimo da qui a 35 anni. Ovviamente, da quel momento in poi, i prezzi cominceranno a crescere e questa volta la crisi petrolifera, diversamente dalle crisi degli anni '70 e '80 (dalla guerra arabo-israeliana del 1973 al successivo conflitto tra Iraq e Iran), sarà strutturale e non politica, sarà causata, cioè, da una carenza reale di petrolio destinata a cambiare radicalmente gli stili di vita della società industrializzata. Inoltre, oggi, le più grandi scorte di greggio si trovano in Medio Oriente e il Medio Oriente, nei prossimi decenni, sarà l'unico e ultimo fornitore di petrolio. Insomma, una cosa è certa: Islam e petrolio saranno sempre più legati fra loro e il confronto tra fondamentalisti musulmani e Occidente si farà sempre più pericoloso. Insomma, affinché il confronto non si risolva nell'ultimo conflitto in vista della città dei morti affaccendati occorre che dal controllo sugli uomini, sul territorio e sulle galassie (l'idea dell'impero romano) si passi alla città planetaria, alla città del ciyberspazio. Ma se l'era dei combustibili fossili sta tramontando quale carburante fornirà l'energia necessaria al funzionamento della città planetaria? Nel febbraio del 1999, l'Islanda annunciò un piano a lungo termine volto a trasformare la propria economia nella prima al mondo fondata sull'idrogeno. Ebbene, il passaggio dai combustibili fossili all'idrogeno sarà il passaggio successivo che la civiltà industriale si troverà ad affrontare nei prossimi anni. Ma, già oggi, le celle a combustibile alimentate ad idrogeno sono già in commercio e collocare microimpianti energetici presso l'utente finale, affinché diventi egli stesso produttore di energia, è solo questione di anni. Insomma l'idrogeno, questo elemento chimico immateriale diffusissimo in natura, diventerà il carburante perpetuo che non inquina, che permetterà un regime energetico decentralizzato e che offrirà la possibilità di connettere alla rete di Internet chi ancora non lo é. Insomma se miliardi di microimpianti energetici saranno collegati tra loro, utilizzando gli stessi principi di Internet, le persone potranno scambiarsi energia, informazioni, esperienze e merci in modo equo creando, così, una nuova forma di uso decentralizzato dell'energia. Stiamo assistendo alla nascita della prima democrazia alimentata dall'idrogeno che cambierà radicalmente il mercato e le istituzioni politiche e sociali, così come il carbone lo fece all'inizio dell'era industriale. Chi se ne avvantaggerà saranno soprattutto i paesi in via di sviluppo che oggi non hanno accesso all'energia. Avere accesso all'energia permetterà, inoltre, a miliardi di individui di scambiarsi capacità commerciali, prodotti e servizi in una filiera senza fine. L'autosufficienza energetica diventerà, cosi, il punto di partenza per una interdipendenza commerciale globale che creerà realtà politiche completamente diverse da quelle che ci hanno governato fino ad oggi. Attualmente, però, solo il 20% della popolazione planetaria usa Internet e, incredibilmente, il 65% degli uomini non ha mai fatto una telefonata e buona parte dell'umanità non ha mai avuto accesso all'elettricità. Naturalmente la mancanza di accesso all'energia, dominata dalle grandi multinazionali, è uno dei fattori principali della povertà nei paesi in via di sviluppo. Ma, siccome il prezzo delle celle a combustibile di idrogeno continua ad abbassarsi, presto diventeranno sempre più disponibili e con questo nuovo carburante tutto il pianeta avrà accesso ad Internet. Con questa nuova energia distribuita, miliardi di individui, connessi agli snodi comunicativi e energetici della città planetaria, potranno scambiarsi o affittare le loro competenze commerciali, artistiche e culturali e potranno godere localmente i frutti del loro lavoro. É questa la novità che ha introdotto la new economy che con la rivoluzione dell'e-commerce, del nuovo software, delle telecomunicazioni e del B2B (business to business o relazione da affare a affare), ha inaugurato il varco che porterà l'umanità dal territorio con tutti i suoi terrorismi al cyberspazio. E questo varco è già percepibile nel commercio. Infatti il commercio tradizionale tra venditore e compratore si è sempre svolto sul territorio: nelle reti, invece, ci sono solo fornitori e utenti, servizi e clienti e ciò che conta di più, per il buon esito dell'impresa, è la capacità di creare una relazione commerciale di lungo periodo. Infatti, nella new economy ciò che conta è il tempo e dagli scambi brevi stiamo passando a lunghi segmenti di tempo fatti di canoni, di iscrizioni e di abbonamenti che mirano ad affittare arte, scienza, invenzioni, congegni nuovi e scritture. In estrema sintesi: nella new economy la proprietà esiste ancora ma resta in mano al produttore che l'affitta ad un cliente attraverso leasing e abbonamenti. La Nike, per esempio, è un'industria che non ha capitale, non ha impianti, non ha fabbriche e non ha manodopera. Tutte le scarpe la Nike le acquista da subappaltatori anonimi per un dollaro e le rivende a cento dollari. Come fa? Ebbene gli acquirenti pagano la storia, la cultura e lo stile di vita della Nike che è solo uno studio di design e il suo marketing è, a tutti gli effetti, un commercio di tipo culturale, fiabesco. E così, nella new economy, il capitale culturale diventa decisivo e quello fisico essenziale ma non sufficiente: ecco perché, oggi, è così difficile percepire il valore di un'azienda "software" il cui cespite fisico viene preso a noleggio e la partita doppia non conta più. In estrema sintesi: il passaggio dal patrimonio al conto economico diventerà un altro modo di fare il bilancio tanto è vero che, nei criteri di valutazione dell'impresa, si arriverà a tener conto sia del management, del dispositivo intellettuale dell'impresa, sia dell'utente finale che entrerà, cosi, a far parte dell'impresa stessa. Essenziale è, dunque, che Internet, snodo strategico della prossima civiltà all'idrogeno, diventi dispositivo intellettuale (non lo strumento di un nuovo conformismo o di una nuova disciplina) che indichi quali sono in ciascuna impresa, in ciascuna istituzione i dispositivi che possono portare a una migliore qualità della vita. Dinanzi abbiamo l'avvenire ma perché ci sia avvenire bisogna che ci troviamo dinanzi anche la cultura come invenzione: in questo caso Internet è assolutamente da inventare!

 

La bella addormenta e il mito della madre

Senza il mito della madre che, come questione culturale, incomincia ad annunciarsi con il cristianesimo e a formalizzarsi nel Rinascimento con il cattolicesimo, non c'è nemmeno il paradiso. Paradiso inteso come via del fare e giardino del tempo, ma anche come abbozzo e programma della famiglia artificiale il cui itinerario sta nel compimento della scommessa di vita e nell'approdo alla qualità. Senza l'assunzione della donne in cielo (in seguito alla sacra rappresentazione e in seguito al Carnevale) e senza il mito della madre, la bella addormentata è l'animale domestico, è la donna automa, è la bambola madre e sacerdotessa garante della comunità fondata sull'incesto e sull'assenza di castità; sull'assenza, cioè, di tempo, di ritmo, di fare, di intelligenza, di invenzione, di strategia, di diplomazia, di arte e di cultura. E la mitologia dell'incesto (che, se avulso dall'antropologia, non è una faccenda sessuale ma è la paura di affrontare gli effetti del tempo e del fare senza l'assistenza, il permesso o la copertura di mamma e di papà) è la mitologia del matricidio e del figlicidio che si fondano sulla finibilità delle cose e sulla funzionalità del negativo e della morte. Insomma, sulla crisi necessaria a mantenere l'ordine sociale. Ma la bella addormentata è anche colei che è stata ipnotizzata. E il corollario più diretto del matricidio (che è uno degli aspetti del maternage) è, infatti, l'ipnosi che dà corso al concetto di dipendenza. Dipendenza che, in fin dei conti, funge da supporto dell'obbligo morale e sociale e dell'arruolamento nel branco. Ma la bella addormentata è anche la prostituta automatica: un automa inventato da Virgilio che, secondo alcuni autori medievali, fu messo a disposizione dei romani. Oggi, invece, la donna automa è la femminista dal clitoride di ferro che prepara la segregazione sessuale in vista del regno di Gomorra: il regno della parità senza più differenza sessuale. Togliete dal mito della madre la verginità, la grazia e la castità (i tre teoremi del tempo che indicano come l'incesto, il peccato e il male non siano più necessari) e avrete il regno di Gomorra, supporto e condizione del femminilismo universale.

 

Altri robot

C'è chi narra che la colomba di Archita, l'anitra di Vaucanson e il turco giocatore di scacchi fossero delle macchine meravigliose. In verità, questi robot, erano la realizzazione meccanica di un'antichissima fantasia in auge anche oggi: quella di un suddito soggetto all'automaticismo magico e ipnotico e alle due figure dell'androgino e dell'archetipo. Un soggetto, insomma, senza mito della madre e senza mito del tempo. Un mito che i Greci rappresentavano nello schema delle tre Parche, le figlie della Notte, da cui dipendeva il destino degli uomini: Cloto teneva la conocchia, Lachesi filava e Atropo tagliava il filo della vita. Un mito ripreso da Freud quando, in un brano singolare, parla della generatrice, della compagna e della distruttrice. Demostene, invece, in pieno conformismo ginecocratico si assegna le etere per i piaceri dello spirito, le concubine per quello dei sensi e la moglie per generare figli. Dal canto suo Sant'Agostino, per evitare che l'intera società diventi un bordello, legalizza il concetto di prostituzione. Pietro Aretino ne approfitta per scrivere La Cortigiana: la commedia della donna resa automa domestico. Dante, invece, si accorge che il paradiso deve moltissimo al mito della madre e, forse, la Vergine è il primo modo di avvertire che il corpo è immortale, ma anche una prima fantasia intorno al tempo. In estrema sintesi: se venisse tolto il tempo alla verginità (che non è un attributo genitale) Dio avrebbe luogo, sarebbe visibile, e la bambola materna trionferebbe. Invece la misoginia del Quattrocento, da Leon Battista Alberti a Lorenzo il Magnifico, è ironica e, in definitiva, tesse l'elogio della femminilità perché sfata la segregazione sessuale nonché l'idea scellerata che voleva le donne supporto di un sapere supposto diabolico. Dimentichi di questa lezione di civiltà gli inquisitori nel Cinquecento, ossessionati dal diletto venereo che le streghe traevano dai loro rapporti con i diavoli, bruciano milioni di donne. Alcuni secoli dopo, Sigmund Freud, riprende la metafora della strega per dire che era la sua professoressa di sessualità e, in un certo modo, inventa la psicanalisi lasciando che le donne brucino senza per questo doversi consumare.

 

(Enrico Ratti)

 

 

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